Fukushima, l’anniversario e poi?

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Pochi giorno fa ricorrevano i dieci anni dal disastro nucleare di Fukushima. In Giappone, l’11 marzo del 2011, un terremoto fu seguito, qualche decina di minuti dopo, da un devastante maremoto. A chi diceva convinto che un’altra Chernobyl non si sarebbe mai più verificata, bastarono appena 25 anni per ricredersi. Per ritrovarsi ancora una volta ai piedi della scala a fare i conti con il mostro nucleare. Lo tsunami che fece 15’000 vittime investì anche la centrale nucleare di Fukushima che, pur avendo retto alla scossa sismica, venne sommersa dall’acqua ritrovandosi improvvisamente senza corrente elettrica. 

Il blackout impedì il raffreddamento di tre noccioli del reattore nucleare che iniziarono così a fondersi. Nelle ore successive alcune fughe d’idrogeno produssero quattro distinte esplosioni seguite dal rilascio nell’ambiente di grandi quantità di radioattività. Stando ai dati più recenti, ancora oggi i livelli presenti nell’ambiente, sia nelle zone di esclusione che nelle aree accessibili attorno alla centrale nucleare, sarebbero altissimi. Da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato.  In pratica, in un anno, chi lavora in queste zone è come se si sottoponesse a cento radiografie al torace. 

Durante l’emergenza, per raffreddare i tre noccioli, furono utilizzate enormi quantità di acqua che, pur essendo contaminata, è stata in buona parte riversata nell’Oceano Pacifico. Da allora l’acqua di raffreddamento è costantemente fuoriuscita dai vasi di contenimento primari danneggiati e, per compensare la perdita, è stata pompata ulteriore acqua nei reattori danneggiati. La situazione, già estremamente precaria, è stata aggravata dai più recenti terremoti. Questi non hanno fatto altro che peggiorare il disastro complicando ulteriormente le operazioni di contenimento dell’incidente nucleare.

Un lento stillicidio che continuerà ancora per diversi decenni e che, sul lungo periodo, rischia di far diventare il disastro di Fukushima ben più devastante di quello di Chernobyl, soprattutto per le radiazioni che hanno contaminato e andranno avanti a contaminare le acque dell’Oceano Pacifico. Eppure sono già passati dieci anni e si stima che ce ne vorranno almeno altri quaranta per dismettere l’impianto nucleare e bonificare le aree circostanti contaminate. Com’era già accaduto in occasione dell’incidente verificatosi a Chernobyl, nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi a Fukushima si è discusso parecchio.

In molti hanno detto che il nucleare non era più sostenibile, non offrendo la necessaria sicurezza. Le immagini di questo nuovo disastro hanno convinto diversi governi a dirsi pronti ad abbandonare per sempre il nucleare. Tra questi c’è stata anche la Svizzera. Ma a dieci anni di distanza, cosa è davvero cambiato? Com’era prevedibile la paura del momento è andata via via annacquandosi. Se in vaste aree nei dintorni della centrale nucleare di Fukushima si registrano elevati livelli d’inquinamento, nel resto del mondo l’utilizzo dell’atomo per produrre energia elettrica non si è per nulla arrestato, soprattutto in quei Paesi con un’economia in crescita come Egitto, Ungheria, Repubblica Ceca e Arabia Saudita.

Com’era già successo in passato, dopo il clamore iniziale, i riflettori puntati sulla questione “nucleare sì, nucleare no” si sono spenti poco alla volta e anche le posizioni si sono fatte più sfumate. In una recente intervista al Financial Times, il ministro dell’economia giapponese, ha per esempio affermato che un’uscita troppo rapita dal nucleare comporterebbe per il Paese un inevitabile ritardo sulla tabella di marcia del programma di transizione ecologica. Secondo lui, proprio l’energia nucleare, sarà essenziale per azzerare le emissioni di carbonio entro il 2050. Nel frattempo, però, il rischio che a Fukushima e Chernobyl s’aggiunga qualche altro nome rimane invariato. È purtroppo solo una questione di tempo.

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