Il delitto passionale rimane

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Passione. Una parola che evoca sentimenti belli, focosi, incredibili. L’amore passionale è quello che divampa come un incendio, che accende i cuori. La passione per il proprio lavoro, la passione politica, sono eccezioni ammirevoli, che invidiamo negli altri.


Ieri gli Stati, hanno bocciato una proposta di Marina Carobbio, che chiedeva di eliminare il riferimento alla passione per omicidio nell’articolo 113 del Codice penale svizzero. Carobbio, nella sua proposta spiegava:


“Il Codice penale svizzero (CP) definisce “passionale” l’omicidio commesso “cedendo a una violenta commozione dell’animo scusabile per le circostanze o in stato di profonda commozione” (art. 113 CP) e prevede per questo crimine una pena minima inferiore a quella dell’omicidio intenzionale. Per il CP l’omicidio passionale risulta quindi essere relativamente meno grave.

I media utilizzano spesso i termini omicidio “passionale” o delitto “passionale” per riferire di un omicidio tra (ex)partner dove spesso la vittima è la donna. Il movente è qualificato utilizzando lo stesso aggettivo presente nel CP, il cui uso può creare un effetto di attenuazione della responsabilità di chi compie l’atto omicida…”


A onor del vero, gli Stati non hanno rigettato il concetto, ma hanno preferito riparlarne al momento in cui il Nazionale discuterà sul progetto di armonizzazione delle pene, attualmente al vaglio.


Quello di Carobbio, può sembrare una mozione inutile, talebana, dove un femminismo paranoico si lega alle parole. D’altronde la passione esiste e il delitto passionale è sancito dalla nostra società (soprattutto quella italica alla quale apparteniamo perlomeno etnicamente).

Le recenti esagerazioni del politically correct, hanno fatto arricciare il naso a molti, che non sono necessariamente contrari a un’evoluzione (si spera in meglio) della società.


Eppure, come diceva il regista Nanni Moretti: “le parole sono importanti”, e lo sono soprattutto quando sono scritte su un codice legale che stabilisce regole, doveri e pene per i delitti della nostra società.


Nel ventunesimo secolo, non è che siamo diventati meno passionali, semplicemente ridurre a passionale un delitto, vuol dire concedere a chi lo commette una specie di attenuante legata all’amore, a quel sentimento positivo di cui parlavamo all’inizio.

Ma in un delitto del genere non c’è passione, ci sono solo odio e un egoismo smisurato nel cancellare dalla Terra una persona che ci ha delusi e che non deve esistere senza di noi.

Un omicidio è un omicidio, e se possiamo per assurdo capire la rabbia, anche se non la giustifichiamo, difficilmente riusciamo a capire perché una persona debba morire solo perché ha deciso di chiudere col proprio partner o scelto di fare un altro percorso.


La passione deve rimanere qualcosa di bello e positivo, e un omicidio, ovvero togliere la vita ad una persona, deve essere descritto dal nostro codice con termini neutri e non con parole che ricordano i fasti passati di un patriarcato, dove le donne stavano buone in cucina a fare il minestrone pensando al ritorno a casa del marito padrone.


Ecco perché speriamo davvero che nelle future modifiche di legge, anche questo piccolo ma importante tassello, trovi una sua collocazione. Facciamo che la passione rimanga quella bella parola che induce la gente a perentorie emozioni, a stati di grazia che permettono grandi cose. Non a delitti che non vorremmo più vedere, crudamente esposti sui media.

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