La Bandiera di Achille Lauro

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A mio parere Achille Lauro non canta bene. Oggi però, illudersi che la canzone sia solo voce, è rimanere ai tempi di Beniamino Gigli, dove gracchianti grammofoni cercavano disperatamente di riprodurre splendidi e argentini gorgheggi e roboanti espressioni tenorili.

E Achille Lauro, lasciatemelo dire col bagaglio dei miei studi artistici e di comunicazione, è un grande performer. È un personaggio che usa con intelligenza e misura la provocazione, l’estetica e il sentimento, per veicolare il suo messaggio. Per questo motivo mi piace e penso rappresenti giustamente una parte di quell’Italia che è più nelle mie corde.

Ci sono persone, in Italia ovviamente, che sono inorridite per la sua discesa dallo scalone vestito da sposo-struzzo con in mano la bandiera italiana. Secondo costoro, il glorioso vessillo che aveva sventolato sul monte Grappa e tra le doline del Carso, non doveva essere svilito da un guitto da baraccone di indubbia sessualità. 

SANREMO, ITALY – MARCH 05: Achille Lauro is seen on stage during the 71th Sanremo Music Festival 2021 at Teatro Ariston on March 05, 2021 in Sanremo, Italy. (Photo by Jacopo Raule / Daniele Venturelli/Getty Images)

Io penso invece che la bandiera rappesenti tutti coloro che ci si riconoscono. E se vogliamo glorificare il drappo tricolore per l’eroismo e le memorie belliche, allora dobbiamo anche ricordare che lo stesso drappo sventolava sulle stragi di mafia e del terrorismo, che garriva sul pool di mani pulite e sui politici corrotti, che fluttuava pigra sulla fuga dei Savoia prima dell’armistizio. Insomma, la bandiera non è solo fiera e indomita quando si compiono atti d’eroismo, ci rappresenta anche nel marciume e nella miseria. 

Per lo stesso motivo, possiamo essere fieri della bandiera svizzera che nella Seconda Guerra Mondiale ondeggiava sul ridotto del Gottardo, e al contempo era sudario degli averi ebraici trafugati dai tedeschi in tutta Europa e incamerati nelle nostre banche.

Perché signore e signori, la bandiera è come una mutanda. Può essere nuova, fresca di bucato e indossata da una persona profumata e pulitissima, oppure essere vecchia di quattro giorni, puzzolente e piena di umori se indossata da uno sporcaccione. Ma sempre una mutanda rimane e  tutti noi la indossiamo ma, soprattutto, tutti noi abbiamo il diritto di averla sotto i vestiti a coprire quello che ci interessa, sia esso eroico o vergognoso.

Achille Lauro rappresenta se stesso e il suo Paese, se vuole essere dissacrante o no non è compito mio deciderlo, anche se trovo molto più oscena Barbara D’Urso in certi suoi show. Lauro rappresenta una parte d’Italia affascinante, fantasiosa ed eclettica. È figlio del suo tempo, un tempo non particolarmente entusiasmante in cui vivere. I suoi personaggi, le sue icone, la sue passerelle da drag queen, lasciano una scia di stupore e bellezza che forse solo occhi spassionati o allenati riescono a vedere.

E alla fine una sola cosa conta, la bandiera. Perché se lo spogliamo della squallida retorica militarista e sciovinista, quel drappo diventa una madre. E una madre ama tutti i suoi figli, anche se discoli o se cantano fuori dal coro. Per questo in Achille Lauro e nella sua bandiera tricolore su quello scalone, alla fine, c’è più fierezza che se fosse un corazziere a brandirla. 

Perché Lauro è il figlio cattivo, il figliuol prodigo. È il martire di porta Pia e il milite ignoto partito da Aquileia, è l’emigrante con la valigia di cartone, è quello che è scappato ma poi torna a casa. Perché casa sua lo ha reso, nel bene e nel male, quello che è.

Questa è la bandiera ed è quello che dovrebbe essere per tutti: una coperta che scalda nelle notti di freddo, non un gagliardetto intorno al quale riunirsi per fare le guerre.

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