La mimosa e il muro che osa

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A tutte le donne che quotidianamente educano al difficile esercizio dell’intelligenza, alle donne che non desistono ma che resistono, alle donne che inducono alla riflessione con la passione della ragione, alle donne in generale ma soprattutto alle donne in particolare, mi piace donare oggi un rametto di mimosa, bambagia con presagi di primavera, morbida e gialla come i limoni della costiera amalfitana. E poi, dalle scritte dei muri da cui fioriscono  arguti graffiti femminili, attingo frasi da produrre come inconfutabili prove della indiscutibile marcia in più che Madre Natura (senza una titubanza e senza una paura) ha donato loro.

Consideratele un tributo alla vostra arguzia e al vostro elegante estro, alla vostra non scandagliabile fantasia e alla vostra emotiva creatività: queste sono frasi vere raccolte dalla interminabile vitalissima antologia dei muri delle stazioni ferroviarie, delle concitate metropolitane, delle remote periferie, delle fabbriche dismesse e dei monotoni chilometri di recinzioni che divorziano le proprietà pubbliche e private, dalle nere strisce di strade e marciapiedi.

Il primo pensiero fulminante e certo programmatico lo pesco dal caotico muro di una sala d’aspetto, impresso con un pennarello nero e con uno stampatello caparbio: “Le donne non sono una questione. Le donne sono rivoluzione.”

E poi sul pannello di una impalcatura, un saggio avviso alle naviganti: “Non accettate sogni dagli sconosciuti.” 

Dopo qualche passo, un chiarimento perentorio: “Non siamo le costole di nessuno.”

Nei pressi di una scuola elementare, si susseguono tre perle ponderate con calibrato sarcasmo. Il ricevente è un certo Ugo, certo perdente e presumibilmente mortificato mentre la mittente scrivente è una certa Gloria, non certo in astinenza di fertile ispirazione: “Ugo, c’è della Gloria se non riesci a comprendermi?“; “ Ugo, il tuo è un continuo cogito interrotto” ; “Ugo, è parità di genere, non di cenere. Scemo!”

Alla fermata della metropolitana, su una sconfinata traiettoria di piastrelle grigiastre, tante riflessioni tinteggiate in rosso, verde, nero e giallo: “Il tuo machismo? Mi manco”, e un poco oltre:” Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa” e ancora più avanti, quasi nella penombra che pare vibrare alla stilettata del passaggio dei vagoni: “Spero che il karma ti tiri un calcio nelle palle prima di me. Una contusione per il tuo concetto di inclusione.”

Sullo consunto tramezzo di una toilette: “Gli uomini che hanno rovinato il mondo hanno la cravatta. Non i tatuaggi”, e poco più sotto, in corsivo magistrale, una sentenza inappellabile: “È’ inutile avere la tartaruga sulla pancia se in testa hai un criceto in prognosi riservata.” 

All’ingresso di un giardinetto pubblico, un invito esplicito, esiziale e geniale, forse avaro di carinerie: “Non hai i numeri per starmi accanto , cow boy dei miei stivali. Eccoti il biglietto per quel terno per Yuma.”  

Concluderei, anche se la raccolta avrebbe altri mille spunti da proporre, con una meravigliosa invenzione tutta al femminile, carica di progetti infiniti: “Non voglio che sia facile, voglio che ne valga la pena.

Progettuale, evoluta, propositiva e soprattutto sbaragliante: ci sono tutte le varianti del rosso in quelle fatidiche undici parole. E il giallo della mimosa si mischia giocosamente all’amaranto, al carminio, al purpureo e allo scarlatto, sino al sanguigno e al vermiglio Intanto nel cielo una mongolfiera color cremisi sorvola il mondo che oggi, e forse non solo oggi, è solo donna.     

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