Libertà d’obiezione

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Cari Roby e Lilli, siete liberi di credere, pensare, dire. Siete liberi di sbagliare, giudicare, far uscire il peggio di voi, in questa società democratica. Allo stesso modo, pure io sono altrettanto libera di rispondere a ciò che credete, pensate, dite. Sono libera di farvi notare il vostro errore, di controbattere al vostro giudizio e di dissentire quanto da voi espresso. Siamo liberi e – proprio perché baciati da questa fortuna – abbiamo delle responsabilità. È così che funziona il “gioco” in questa società democratica.

Libertà. Sentite che bel suono che ha? Bello quasi quanto il suo stesso significato. Oggi la libertà di esprimerci, di amare, di credere o no in Dio, di prendere posizioni ideologiche e di non essere discriminati; ci paiono diritti scontati, immortali, ovvi.

E quando qualcosa viene giudicato come scontato, immortale e ovvio, c’è il pericolo che venga sottovalutato e storpiato a proprio piacimento. E così ci si dimentica, dall’alto del nostro privilegio, che non è sempre stato così. Che in un passato – neppure troppo lontano – c’è chi ha combattuto per far sì che tutti potessimo beneficiarvi. Che purtroppo ancora oggi, in altre parti del globo, c’è chi questo diritto non l’ha.

Rilevando sempre più spesso questa deriva, e osservando anche le ultime vicende, mi pare doveroso fare qualche considerazione. E lo faccio rivolgendomi ai diretti interessati: Liliane Tami e Roberto Ostinelli. 

Lei, simpatizzante neonazista, candidata alle comunali di Capriasca. Lui, medico scetticista del Covid che, sempre restando in tema, aveva definitivo i virus come “pezzi di coscienza”.

Mi rivolgo a loro. Ma anche ai loro simpatizzanti, attraverso una lettera. 

Caro Roberto, cara Liliane,

Caro Roby, cara Lilli, 

Cari tutti e tutte

Si è scritto e parlato tanto di voi. Sui social, vostri principali canali di comunicazione, dove la gente trova e condivide le vostre teorie, ma anche sui giornali, con tanto di interviste e ospitate in tv. Anche Gas, nel suo piccolo, si è occupato di voi, fino dagli albori della vostra carriera mediatica. 

Vi è stato dato ampio spazio. Ed è proprio per questo che ora, sentirvi gridare alla censura e alla violazione della vostra libertà d’opinione, risuona alquanto comico.

Caro Roby, cara Lilli, ci sono diritti e doveri

È vero. In democrazia potete dire qualsiasi cosa vi passi per l’anticamera del cervello. Ma come avete dei diritti avete anche delle responsabilità. E dovete farvene carico. 

Le parole e le opinioni non vagano nell’aria come palloncini sfuggiti di mano a un bambino. Che se scoppiano si limitano al botto con qualche brandello di lattice a terra. No, idee e frasi possono ferire, e se false, far cadere in errore il prossimo. Sono armi. Fucili sempre carichi. E, se parte il colpo, non basta alzare le mani al cielo e dire “mi dispiace”, quando a terra è riverso un corpo.

Caro Roby, cara Lilli, esistono anche gli altri

Come voi siete liberi di esprimervi, lo sono gli altri. Sempre. Se voi giudicate un quadro come “bello”  il mondo può rispondervi: “Concordo!”, oppure: “No, non mi piace”. È soggettivo. Potete dire che: “Due più due fa cinque”, ma il mondo è libero di correggervi e dire che: “No, due più due fa quattro”, e voi, tornando al discorso di prima, dovete riconoscere e accettare che per questo sbaglio prendiate una brutta nota. È oggettivo. 

Forse sarà per il troppo ego, o forse un’idea distorta di libertà di parola, ma credere che la gente debba stare zitta, annuire e magari pure applaudire a ciò che dite si avvicina più a certi regimi che vi piacciono tanto piuttosto che a una società democratica, dove tutto possono esprimersi. Esiste la libertà d’opinione, ma anche quella d’obiezione. Ed è importante come la seconda. 

Caro Roby, cara Lilli, conta anche il contenuto 

Pronunciata quest’ultima frase voi due, come tanti altri, sicuramente avrete pensato: “Beh Dutly, se tu sei libera di non essere d’accordo, lo sono anche Ostinelli e Tami. Infondo, loro vanno contro il pensiero unico dominante”.

Sì, in parte. Bisogna anche riflettere sul contenuto del messaggio divulgato. Ragazzi, voi due non avete detto che “gli asini volano” e al massimo si lascia correre con una sonora risata. 

Lilli, hai detto che gli ebrei nella Seconda Guerra Mondiali giocavano ad armi pari coi nazisti e che il numero di morti è molto più basso. Hai detto che le donne stuprate se la sono cercata, perché brutte femministe con la minigonna. Che i terroristi islamici hanno fatto bene a fare gli attentati in Europa perché “seguono il loro credo” e dovremmo seguire l’esempio. 

A un ebreo, a una donna violentata, alle vittime degli attentati, per i parenti di queste persone e per chiunque abbia e dimostri un minimo di empatia verso il prossimo, queste parole fanno male. Perché sono becere, fuorvianti, false. 

Roby, hai detto – ad inizio pandemia, salvo poi rimangiarti tutto in televisione- che il Covid era tutto una montatura. Hai sminuito la malattia. Hai detto che i virus sono pezzi di coscienza. Che viviamo in una dittatura sanitaria. Che i medici mentono, così come le istituzioni. Per non parlare poi di tutto il resto. Delle teorie complottiste e QAnon. 

Ai tuoi colleghi, alla popolazione, ai malati, a chi non ce l’ha fatta e ai loro familiari queste parole fanno male. Perché sono becere, fuorvianti, false.

Caro Roby, cara Lilli, basta vittimismo 

Avete gridato alla censura, al linciaggio mediatico. Vi siete autodefiniti “minoranza”. 

Ripeto: viviamo in una democrazia. 

Non mi pare che i tuoi libri di poesia, Lilli, siano stati gettati alle fiamme non appena è uscita l’intervista al Corriere del Ticino. E non mi pare neanche che l’Ordine dei Medici abbia emanato un mandato di cattura per te, Roby, per mandarti in un gulag sovietico. La gente non ha chiesto la vostra testa e in piazza ancora non si è visto il palo dove verrete condannati al rogo. 

Giocare a fare la vittima e a nascondersi fra gli oppressi, perché le minoranze sono oppresse tutt’ora, mi sembra una mossa poco furba.

È facile giocare a fare il piccolo Hitler, Mussolini, Stalin o Pol Pot oggi, in Svizzera, in una democrazia. Provate invece a giocare a fare Nelson Mandela durante l’apartheid, oppure Marsha P. Johnson durante e prima dei moti di Stonewall, oppure ancora Liliana Segre durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Ancora oggi è difficile essere queste persone. 

Perché è facile fare l’estremista in una società democratica. Un po’ meno quando si rappresenta la minoranza, gli oppressi, in un mondo dove ad imperare è una dittatura. Quella vera.

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