Londra addio, auf wiedersehen, goodbye

Pubblicità

Di

London calling, Londra sta chiamando. Così cantavano i Clash. Il leggendario gruppo punk rock inglese di Joe Strummer. Era il 1979. Londra sta chiamando le città sperdute/ Ora che la guerra è stata dichiarata e la battaglia è finita/ Londra sta chiamando l’oltretomba/ Venite fuori dall’armadio, tutti voi ragazzi e ragazze/ Londra sta chiamando. Un pezzo che sembra essere stato scritto pensando alla Brexit. Soprattutto se consideriamo il fuggi fuggi generale al quale abbiamo assistito in quest’ultimo anno.

Il richiamo della swinging London sembra essersi esaurito. Negli ultimi dodici mesi più di un milione di stranieri ha abbandonato il Regno Unito. Ha fatto le valigie, salutato la regina e via. Solo Londra ne ha persi seicentomila di stranieri. Un’emorragia che potrà forse tranquillizzare chi non si sentiva più padrone a casa propria o magari viaggia felice sui binari del siamo pochi ma ci siamo. Rimane però il fatto che, il milione di persone in meno, andrà ovviamente a incidere sull’economia d’Oltremanica. 

Tra Covid-19, permesso di soggiorno e nuova burocrazia sono ormai diventati più d’uno gli ostacoli da superare per poter approdare sull’isola. A Londra la domanda di affitti è crollata mediamente del 25%. In alcune zone del centro fino al 44%. Qualcuno potrà obiettare sostenendo che finalmente cercare casa nella City sarà un gioco da ragazzi, ma non è esattamente questo il punto. Johnson e compari avevano venduto la Brexit come la pozione miracolosa che avrebbe rinvigorito l’economia britannica e fatto perfino ricresce i capelli al principe Carlo. 

E invece la realtà è un’altra. Le procedure amministrative che da inizio anno vanno espletate creano non pochi disagi. E pensando agli scambi economici, da aprile, quando scatteranno i controlli anche per l’import, la situazione non potrà che peggiorare ulteriormente. Solo a gennaio, le esportazioni dal Regno Unito verso l’Unione Europea sono crollate del 68% rispetto al 2020. Secondo la Commissione europea La Brexit costerà al Regno Unito quattro volte di più che ai Paesi dell’Unione europea. 

Certo. Mettiamo anche che quest’analisi dell’Europa sia di parte, i disagi finora registrati sono però tutti lì da vedere. Perché un accordo di libero scambio post Brexit, teoricamente a zero dazi e zero tariffe, resta comunque ben altra cosa rispetto all’appartenenza al mercato unico europeo. Prima della Brexit, le merci e i beni tra Regno Unito e il resto d’Europa scorrevano senza intoppi. Oggi non è più così. Carne, pesce e altri alimenti in più di un’occasione hanno fatto i vermi nell’attesa di un permesso.

Erigere un muro lì dove prima i commerci erano floridi (solo nel 2019 stiamo parlando di scambi commerciale per più d 700 miliardi di euro) non può non avere delle ripercussioni negative dal punto di vista economico. Una realtà che dovrebbe servire da monito a certi nostri rappresentati politici (leggi qui)

che ancora sbandierano la Brexit come un esempio di emancipazione o di come, a muso duro, si tratta con Bruxelles. Evidentemente, caro Piero Marchesi, l’invito è quello di andare a farsi un bel giretto su di un qualche peschereccio scozzese, per rendersi davvero conto del grande grandissimo affare fatto lassù con la Brexit.  

Pubblicità

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!