Medicina e Società: L’ultima dose di vaccino

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Il vaccino contro Covid-19 può essere considerato un salvavita, farmaco che oggi scarseggia in gran parte del mondo. Per questo deve essere assegnato in base a criteri precisi, e nessuna dose dovrebbe andare persa. Purtroppo c’è chi è stato licenziato, per aver provato a utilizzare al meglio un’ultima dose di vaccino.

Il vaccino contro Covid-19 è un bene prezioso. Mentre la pandemia non accenna a regredire, tutti i Paesi stanno facendo enormi pressioni sulle case produttrici per potenziarne la fornitura ai fini della più ampia e veloce copertura della popolazione.

Ogni Paese ha anche dovuto indicare le priorità e i soggetti a cui dispensare da subito il vaccino, e molte persone resteranno in attesa e a rischio per mesi, se non rientrano in quelle categorie. Le modalità di assegnazione rispondono a valutazioni tecnico-scientifiche, ma qualunque criterio di scelta in questo campo si presta a una riflessione etica, dal momento che il vaccino è oggi una risorsa limitata, potenzialmente salvavita, da assegnare secondo il migliore criterio di giustizia.

E nessuna dose dovrebbe andare sprecata. Questo rischio esiste, dal momento che i vaccini richiedono uno strettissimo rispetto delle modalità e dei tempi di conservazione alle diverse temperature. Così, il loro utilizzo deve essere meticolosamente pianificato per non far scadere la validità delle dosi preparate.

Il Dr. Hasan Gokal ha 48 anni ed è originario del Pakistan. Immigrato da ragazzo negli Stati Uniti, si laurea in medicina presso la SUNY Upstate Medical University in Syracuse. Dopo un primo impiego a New York, nel 2009 si trasferisce a Huston, Texas, per lavorare presso il dipartimento di emergenza di un ospedale suburbano, fornendo tra l’altro assistenza alle popolazioni colpite nel 2017 dall’uragano Harvey.

Dall’inizio del 2020 si dedica a tempo pieno e in prima linea alla cura dei pazienti Covid, e deve vivere in albergo per un mese, per non mettere a rischio la moglie Maria, 47 anni, affetta da sarcoidosi, malattia polmonare cronica che compromette la funzione respiratoria. “Ero terrorizzato dal rientrare a casa e portare il Covid a mia moglie”, dice il Dr Gokal. Fortunatamente, dall’Aprile del 2020 assume un ruolo di coordinamento, attività meno remunerativa ma anche meno esposta al rischio di contrarre la malattia.

Il 22 Dicembre 2020 il medico viene istruito per la gestione del vaccino Moderna. Il protocollo prevede che questo sia dedicato a personale sanitario, residenti delle lungodegenze e a soggetti sopra i 65 anni affetti da co-morbilità. Le 11 dosi di ogni singolo flacone sono utilizzabili per un massimo di 6 ore a partire dalla loro preparazione. L’ultimo messaggio è chiaro: utilizzarle tutte, nessuna dose deve andare persa.

Il 29 Dicembre viene assegnato a Gokal un elenco di 250 tra medici e paramedici dell’emergenza da sottoporre a vaccinazione.  Alcuni, per ragioni diverse non si presentano. Alle ore 18.45, prossimi alla chiusura, arriva un ultimo candidato. L’infermiera deve preparare un nuovo flacone e inietta la dose. Scatta il conto alla rovescia delle 6 ore entro le quali utilizzare le 10 dosi rimanenti. Il medico propone il vaccino chiamando uno ad uno infermieri e colleghi, che rifiutano in quanto già immunizzati o non disponibili a recarsi in sede. Informate le autorità sanitarie locali, si rivolge allora alle persone residenti in zona e note per situazioni particolari. Inocula una donna sulla sessantina con problemi cardiaci, e una di 70 anni con diversi problemi di salute. Restano 8 dosi. Spostandosi con la propria auto riesce a vaccinare altri 5 soggetti che per età o patologie associate risultano eligibili. Ancora 3 dosi da iniettare. Raggiunge a domicilio una donna di circa 50 anni che lavora presso una struttura sanitaria. Poi la madre quarantenne di un bimbo che vive sottoposto a ventilazione meccanica. È’ quasi mezzanotte e resta l’ultima dose che dovrà essere inoculata entro 45 minuti. Un ultimo possibile destinatario per l’ora tarda rifiuta la visita del medico. Il Dr Gokal stanco e frustrato rientra a casa e si rivolge alla moglie: “ Non intendevo essere io a somministrarti il vaccino, ma entro mezz’ora quest’ultima dose va persa”.  Lei esita su quale sia la cosa giusta da fare, poi lui si dà la risposta: nessuna dose deve andare persa. Così, a 15 minuti dalla scadenza delle sei ore, vaccina la moglie affetta dalla malattia polmonare. L’indomani documenta all’autorità sanitaria i criteri con cui, quasi eroicamente, è riuscito ad utilizzare le ultime 10 dosi del farmaco prossimo alla scadenza.

Dopo alcuni giorni le autorità e il capo del personale accusano il Dr. Hasan Gokal di aver violato il protocollo della vaccinazione che includeva un preciso elenco di persone, lui risponde di aver evitato che l’ultima dose andasse persa. Il Dr. Hasan Gokal viene licenziato e caricato del rimborso di 135 dollari, corrispettivo del farmaco “impropriamente utilizzato”. Titola il New York Times: The Vaccine Had to Be Used. He Used It. He Was Fired – Il vaccino doveva essere utilizzato. Lui lo ha utilizzato. E’ stato licenziato.

Il Dr Gokal è accusato di violazione di protocollo e abuso della sua posizione per aver favorito conoscenti e la moglie. Fortunatamente la giustizia ordinaria, la criminal court, archivia il caso trovando l’accusa infondata, ma resta valido il provvedimento amministrativo di licenziamento. In attesa di un possibile reintegro, Hasan Gokal presta la sua opera come volontario presso una clinica non profit che fornisce cure a soggetti non assicurati. Ma il contraccolpo è fortissimo, dal punto di vista economico, per la sua famiglia, moglie e tre figli piccoli, per il suo morale. “Il mondo mi è crollato addosso. Dio, è il momento più basso della mia vita”.

Purtroppo la cronaca italiana riporta episodi di abuso, sospetti casi di assegnazione di vaccino dietro pagamento o per favoritismi. Squallidi gesti che hanno portato alcune autorità sanitarie regionali a dare indicazione perché le dosi residue inutilizzate vengano distrutte, o tracciate con colorante, blu di metilene o eosina. Non sono al corrente di situazioni analoghe in Svizzera.

E’ questa la migliore soluzione possibile? Un’alternativa molto pragmatica viene dagli stessi Stati Uniti. A Washington D.C., un’ora prima della chiusura, chiunque può mettersi in coda presso un centro aperto alle vaccinazioni. Esaurita la lista dei programmati e nei casi non infrequenti di defezioni, se ci sono residui questi vengono assegnati in base al criterio di arrivo di qualunque cittadino. A qualcuno è bastato aspettare una abbondante nevicata per non avere concorrenti in lista di attesa fuori della farmacia, ricevendo così la propria dose di Moderna.

Resta quindi aperta la questione, non solo burocratica, ma addirittura etica, su come utilizzare al meglio questa formidabile, scarsa risorsa. Consapevoli che una singola dose può evitare un nuovo contagio, l’occupazione di un letto di ospedale o di rianimazione, l’ennesimo decesso. Quale è quindi il beneficio maggiore per il singolo e per la collettività? Scongiurare a tutti i costi interpretazioni e abusi, o utilizzare ogni singola dose residua, gestendo con sforzo amministrativo le liste dei destinatari, identificando a priori le eventuali riserve?

Direi entrambe le cose, quello che con fatica, competenza e buon senso ha cercato di fare il Dr. Hasan Gokal, pakistano in Texas, al quale possiamo solo esprimere tutta il nostro rispetto e la nostra solidarietà.

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