Muore Nawal Saadawi, donna di ferro

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Se ne è andata a 89 anni Nawal Saadawi , scrittrice e psichiatra egiziana, strenua combattente nella difesa dei diritti delle donne, tanto in Egitto quanto nell’intero mondo arabo. Restano i suoi libri, un’inestimabile eredità contro la violenza domestica, la poligamia, il velo islamico e le miriadi di diseguaglianze che opprimono il respiro delle vite.

È morta Nawal, lo scricciolo con le unghie di tigre, inesauribile attivista incarcerata nel 1981 per le sue idee che sapevano volare così in alto da recare inquietudine e apprensione perfino all’allora presidente Sadat: il ciclone Saadawi trovò la forza di scrivere nella penombra di una maledettissima cella l’ emblematico libro “Memorie dal carcere femminile”, usando una matita cosmetica su rotoli di carta igienica.

La penna più prolifica e ribelle del femminismo arabo è stata da molti accostata alla incommensurabile grandezza di Simone de Beauvoir, acuta esponente dell’esistenzialismo, saggista, filosofa, insegnate e soprattutto dilagante femminista francese. 

Nawal Saadawi, nata in un villaggio alle porte della capitale Cairo, concepì il suo primo libro all’età di tredici anni e si rivelò subito caparbia sostenitrice della lotta contro le mutilazioni genitali femminili, essendo lei stessa stata vittima della brutale pratica quando ancora doveva compiere i sei anni. 

Le mutilazioni genitali, pur essendo state criminalizzate in Egitto nel 2008, sono tuttora una diffusissima piaga dolorosamente radicata, la cui  estirpazione risulta una impresa altrettanto inattuabile quanto capovolgere le piramidi.

Nawal è stata certamente salvata dalla potenza del lievito del suo grado di istruzione che le ha permesso di prendere a calci un cupo destino già scritto nella ineluttabilità delle discriminazioni.

Al liceo lo scricciolo con le unghie di tigre era la più brava e una meritatissima borsa di studio le aprì la strada verso una laurea a pieni voti in medicina con specializzazione in psichiatria.

E nell’anno 1963 ebbe l’onore di essere la prima donna egiziana a ricoprire un ruolo di primaria importanza: direttrice generale  del programma per l’educazione alla salute pubblica.

Ma gli scritti scaturiti prodigiosamente dalle sue idee, troppo incisive e innovative, nemiche dichiarate degli arcaici stereotipi del mito della verginità e della gravissima colpa del ricorso al make-up, le costarono dolorosi siluramenti nella vita professionale. Al-Sihha (Salute), il giornale di divulgazione scientifica da lei faticosamente fondato venne chiuso di botto, giusto per castigare le pessime virtù dell’informazione e della comunicazione, spesso portatrici di “dannose devianze comportamentali”.

Dopo la pubblicazione di “Woman al Point Zero”, considerato oggi un caposaldo della letteratura femminista araba contemporanea, si consumò il suo arresto per censura: lo stato egiziano aveva individuato una convincente modalità per arrestare un fiume di parole intelligenti e illuminate, pericolosamente libere e sensate, inquietamente profonde e comunicanti.

La sua sovversiva scrittura e l’inarrestabile energia delle sue opinioni, ricche di sottili percezioni e di muscolosi concetti, le costarono l’allontanamento dalla patria dove ebbe modo di tornare nel 1996, restituendole l’indicibile fascinazione della legittima contestazione durante le rivolte del 2011

Nawal Saadawi, assistita fortemente dal dono di un’ironia estrosa e sulfurea, accennando alle sue vicende private dichiarò a un giornalista del The Guardian “Non sono molto adatta al ruolo di moglie” e amava raccontare di tre matrimoni e nessun funerale.

Il primo marito era stato un collega medico, che tentò perfino di ucciderla con esito negativo; il secondo un provetto avvocato, dalle sfumature maschiliste abilitate a sollecitare un montante e pruriginoso fastidio; il terzo un marxista affascinante e un interessante intellettuale femminista, con un unico difetto ravvisabile nei disvalori dell’adulterio. 

Addio, rara lottatrice dal cervello immenso, sento che ci mancherai e che soprattutto ci mancheranno certe tue parole, come quelle racchiuse in una delle mille frasi da metabolizzare: “Ero e resto fermamente convinta che la maggioranza dei musulmani non ritenga che sia impossibile coniugare la fede religiosa e la costruzione di una società sostanzialmente laica, plurale nelle sue espressioni politiche, culturali, di fede. La tolleranza e il rispetto delle diversità non sono affatto estranee  alla millenaria cultura islamica.”.

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