Nazisti impuniti, l’ultimo capitolo

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Sono morti i due nazisti responsabili degli orribili eccidi di Cefalonia e dell’Appennino tosco-emiliano: militari di guerra e boia conclamati condannati all’ergastolo dalla magistratura militare italiana e mai estradati, non hanno trascorso un giorno, che sia uno, di carcere o di detenzione domiciliare.

Il procuratore generale militare Marco De Paolis ha ufficializzato le morti di Wilhelm Stark, accusato di diversi massacri commessi nel 1944 in varie località dell’Italia settentrionale e di Alfred Stork, di 97 anni,  supervisore di una delle stragi più cruente avvenute sull’isola di Cefalonia, nel settembre del 1943.

Quasi buffo e assonante, se non fosse per la totale drammaticità dell’argomento, l’accostamento dei due cognomi ” Stark e Stork”, determinati e scellerati protagonisti di orribili vicende dove spietatezza, ferocia e perversione hanno contraddistinto la cruda dinamica di due episodi bellici raggelanti nel computo finale delle vittime.

L’ex sergente Stark, inquadrato nella Divisione Corazzata “Herman Goering” della Wehrmacht, fu regista delle mattanze  di Civago e Cervarolo, due piccoli borghi nel territorio del Reggiano, e di Vallucciole, località nella provincia di Arezzo: nel primo evento furono trucidati trenta civili inermi mentre nel secondo vennero uccise, “per legittima rappresaglia” cento persone tra donne, uomini e bambini.

Ancora nel 2018, l’intrepido Stark ebbe la senile sfrontatezza di usare parole prive di dignità con un giornalista televisivo che lo aveva individuato in un quieto sobborgo di Monaco: “Non posso pentirmi di una cosa mai fatta”.

Quanto a Stork, degno socio di consapevoli ammazzamenti, si è saputo solo recentemente della sua morte, avvenuta nel 2018 sempre in un supponibile contesto di empatica e caritatevole assistenza.

L’ex caporale dei “Cacciatori di montagna” (più seccamente Gebirgsjäger) si è portato nella tomba il non peso di “almeno 117 ufficiali italiani” eliminati, nel settembre del 1943, sull’isola di Cefalonia.

In una sua testimonianza, per altro ritrattata in un secondo tempo, l’ineffabile Alfred narrò di fucilazioni serrate e protratte dall’alba al tramonto, con profondo senso della disciplina: “I corpi sono stati ammassati in un enorme mucchio, uno sopra l’altro… prima li abbiamo perquisiti togliendo gli orologi e nelle tasche abbiamo trovato delle fotografie di donne e bambini, bei bambini”.

Un cinismo che potrebbe abbattere una sconfinata foresta di sequoie, una imbarazzante e riarsa indifferenza segnata dalle lancette di tutti quegli orologi sfilati dalle tasche degli assassinati tutti  impignati con sistematica attitudine geometrica. 

E qui scatta il dilemma del perdono e dell’accettazione davanti alla radicalità del male che scompagina le categorie della morale, oltre i confini del razionale.   

Riemerge nella mente lo sdegnato anatema di Primo Levi contro coloro che vogliono dimenticare, seppellendo la memoria: “Sia maledetto l’oblio!” 

Ma i crimini contro l’umanità possono avvalersi della attenuante della prescrittibilità?

L’indulgenza, in casi come quelli che abbiamo ricordato, è forse uno scorretto superamento della logica e l’assoluzione si manifesta come un eccesso che reca torto all’inestimabile dono della vita.

Al di là delle riflessioni e delle elucubrazioni, prevale intanto il terrore di perdere il senso autentico e la purezza di un concetto legato all’inviolabile diritto alla vita. 

Resta la certezza di un discutibilissimo epilogo: Stark e Stork non hanno pagato dazio, nell’ immunità di una vecchiaia troppo carica di zavorre marcescenti. 

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