No all’accordo di libero sfruttamento dell’Indonesia

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Si avvicinano le votazioni popolari del 7 marzo riguardanti l’accordo di libero scambio tra i paesi dell’EFTA, tra cui la Svizzera, e l’Indonesia. La campagna è dominata dal tema dell’olio di palma, un prodotto ecologicamente insostenibile la cui concorrenza metterebbe sotto forte pressione i produttori di oli vegetali svizzeri, ma questa non è affatto l’unica ragione per respingere questo accordo di libero scambio.

Se i contadini svizzeri verranno sicuramente colpiti negativamente dall’accordo, per l’Indonesia i problemi che sorgerebbero con l’adesione sarebbero invece ancor più numerosi e in questo articolo vorrei soffermarmi piuttosto su di essi.

Il primo riguarda le restrizioni sulle leggi della proprietà intellettuale. Secondo 16 ONG che raggruppano donne, contadini, attivisti ambientali, accademici e altri gruppi della società civile indonesiana, l’applicazione di queste nuove disposizioni sulla proprietà intellettuale porterebbe un beneficio soprattutto alla grande industria farmaceutica e agrochimica occidentale con un conseguente rincaro delle medicine che risulterebbero meno accessibili alle classi più povere.

Inoltre l’Indonesia deve aderire alle leggi dell’UPOV (unione internazionale per la protezione delle nuove specie di piante) che impongono delle restrizioni e delle tasse sull’autoproduzione di sementi (metodo ancora utilizzato dalla maggioranza dei contadini indonesiani) oltre al divieto di venderle o scambiarle senza autorizzazione, intralciando la libera gestione dei semi da parte dei contadini e avvantaggiando l’industria delle sementi. 

L’UPOV rappresenta anche un vero pericolo per la biodiversità delle colture poiché le multinazionali con le loro nuove varietà di semi più produttive (sia a livello di velocità del ciclo di crescita sia per l’elevata resa dei singoli raccolti) concorrono con le piante autoctone, che dal canto loro producono meno ma sono più nutritive e hanno un impatto inferiore sui suoli. I contadini vengono spesso abbindolati con promesse di raccolti più frequenti e più produttivi ma presto si accorgono che le piante coltivate non producono semi fertili e inaridiscono il suolo, trovandosi infine costretti a comprare ogni anno semi e fertilizzanti brevettati dalla grande industria. I prezzi dei semi inoltre, da quanto emerso da uno studio sull’impatto dell’UPOV sui contadini in Filippine, potrebbero quadruplicare. Oltre a ciò l’accordo EFTA provocherà un aumento consistente delle importazioni di pesce dalla Norvegia, dato che più del 80% di quest’ultime verranno esentate dai dazi all’importazione. L’Indonesia, paese con 2,7 milioni di pescatori, si ritroverà con i supermercati pieni di salmone norvegese a buon mercato mentre i suoi pescatori faticheranno a guadagnare qualcosa.

Riguardo a fertilizzanti e pesticidi, che certo naturali e sostenibili non sono, non si può però negare che al momento siano ancora necessari agli agricoltori indonesiani. Con l’adesione all’EFTA questi prodotti devono raggiungere degli standard di sicurezza ed efficacia per poter essere venduti, il punto è che le imprese locali non riescono a dimostrare l’equivalenza dei loro prodotti chimici con quelli brevettati e di conseguenza si va incontro ad un monopolio dei grandi marchi anche in questo settore. 

Per concludere la KPK, l’agenzia anti-corruzione indonesiana, sostiene che il paese non ha un sistema credibile per prevenire le violazioni e la corruzione nel settore dell’olio di palma. Dichiarazione ancora più allarmante se si considera che l’80% delle colture di questo genere in un modo o in un altro non rispettano le norme in vigore che dovrebbero garantire la sostenibilità e agire contro la deforestazione. Dunque per quanti capitoli sulla sostenibilità si possano inserire nell’accordo EFTA, è chiaro che, se in loco non vengono rispettate le leggi già presenti, spalancare le porte del paese alle multinazionali non può essere la soluzione (neanche parziale) ai vari problemi del paese: si sta anzi spianando ancora di più la strada ai grandi monopoli, allo sfruttamento umano e naturale, a scapito della sovranità alimentare e delle fasce più basse della popolazione. Ecco perché votare NO all’accordo di libero con l’Indonesia.

Jaïr Vogt, militante della Gioventù Comunista

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