Nino Manfredi cent’anni fa…

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Nino Manfredi nasce oggi 22 marzo 1921 a Castro dei Volsci, uno dei borghi più incantevoli della Ciociaria, terra percorsa da aspre e scontrose cime e ingravidata da infinite foreste di querce e di faggi. 

Al grande comico, pure così malinconico dentro come un clown bianco, il vero nome di “Saturnino”, abbreviato in Nino, restituisce una riflessiva venatura fatta di allusiva elusione e di ammiccante distacco che si tramuteranno nel tempo in future materie prime al servizio del suo estro, ingigantito dentro sguardi un pò onirici e un pò kafkiani, tanto per disorientare e per affascinare.

Figlio di contadini, Nino è il primogenito che agli inizi non lascia spazio a generose aspettative per il suo futuro: fin troppo mite e sensibile, solitario e a tratti enigmatico, ritrova la bussola quando scappa più volte dal collegio, dove vivacchia da semiconvittore ben poco disposto ad assecondare le regole rigide negli sfiancanti schemi imposti e le infinite liturgie che esigono supina devozione, istigando rumorosamente alla ribellione. 

Suo padre conquista i galloni di maresciallo della polizia e ottiene il trasferimento a Roma, così diversa dai borghi abbarbicati sui monti Ernici, macchie di casolari bianchi nello strapotere del grigio delle pietre e del polposo verde delle selve.

Saturnino pensa bene di contrarre la tubercolosi e nelle penombre del sanatorio scopre le infinite luci distillate da una esibizione della compagnia teatrale di De Sica, altro mostro sacro del cinema italiano. Per Nino, l’innamoramento per la recitazione è come lo scintillio di una sciabola sguainata in una giornata di sole leonino. 

Agli inizi si propone in qualche particina come il burino ciociaro farfugliante eppur pensante, come il cafone sgrossato con il falcetto, come lo zotico scarpe grosse e cervello fino, come il villano dalla parlata sgangherata e alla deriva nel confluire delle vocali più o meno indistinte , come il rozzo antiaccademico delle consonanti storpiate, come il primitivo della caciotta, del timballo e della coratella con cipolla.

Il pubblico impara a conoscerlo nella sintassi della pecora al sugo, dove il termine accendere si trasforma gutturalmente in “appiccià” e dove il topo pretende di essere chiamato “surgi” , secondo le immutabili  regole di un mondo arcaico.

Attivo nel cinema fin dal 1951, a Nino Manfredi vengono assegnate parti minime, e per quasi un decennio il suo destino sta racchiuso nei ruoli del pervicace tontolone sino al primo significativo successo, propiziato dal regista Steno che gli affida la parte del ladro maldestro e babbeo in “Susanna tutta panna”.

Ma dopo il monumentale successo mietuto con la partecipazione a Canzonissima, grazie a mamma TV a Nino è concesso di calpestare le fertili praterie della commedia all’italiana: il suo stile di interpretazione si affina e sconfina nelle mille gamme del minimalismo Manfrediano che , racchiuse nelle modalità del sommesso e del misurato, producono un portentoso risultato di efficacia che scatena effetti comici con una apparente esiguità di strategie.

Uno sguardo in crescendo, un arrotondamento delle orbite oculari, una guardatina in tralice, un inopinato adocchiamento da indifferente interessato, una mimica sorniona laureata alla Sorbona, un guizzo in un gesto di arcano cipiglio e ualà il gioco è fatto:  nello spettatore deflagra la risata mentre Saturnino rilancia , uno ad uno, i suoi contagiosi anelli nel cosmo del divertimento.

Segue inevitabile la cascata dei successi in “Anni ruggenti” e “Il carabiniere a cavallo” , sottolineati dalle  iniezioni ricostituenti dal mondo di una critica sempre più attenta e affascinata.

E il suo personaggio si inzuppa nella struggente amarezza di “Pane e cioccolata” e nella ineguagliabile tridimensionalità del portantino comunista Antonio nel capolavoro di Scola “C’eravamo tanto amati”, dove  Nino conferisce una imperiosa dimensione agli ideali, alle lotte e alle speranze, non svendendo la sua valigia zeppa di coraggiosi principi alle prepotenti petizioni degli stravolgimenti sociali, politici ed economici.

Cento anni sono passati dalla nascita del un titano ciociaro, attore  baciato dal respiro del talento e dal dono dell’universalità recitativa, forse per ” Grazia ricevuta” ma certamente per la magica casualità di un impasto di liricità e di grottesco, di incurabile ironia e di fatale arguzia.

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