Otto marzo 2021, tra passato, presente e futuro.

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Una scadenza, quella dell’8 marzo, che invita a tornare a ragionare sul femminismo. Su quello decollato in tempi migliori di questi e che ha portato le donne fin qui. Tempi che sono cambiati, ovviamente. Tanto quanto basta perché si possa parlare di un cambio di civiltà. I principali fattori del cambiamento sono noti: la rivoluzione del digitale da un lato, che ha modificato il nostro modo di relazionarci – ciò che rendeva reale il reale non esiste più – e il trionfo del capitalismo finanziario globale dall’altro.

Il “nostro” Sessantotto è stato il tentativo fallito di sovvertire l’economia capitalistica. Poi sono arrivate le guerre imperialistiche, le crisi economiche, le migrazioni. Da un anno a questa parte è arrivato l’incubo della pandemia. 

La battaglia femminista, quella in cui credo da sempre, persegue due obiettivi preminenti: farsi mondo senza cancellare la propria differenza ed espandersi nel tempo senza farsi strumento del potere patriarcale. A me sembra straordinario che il fiume carsico del movimento delle donne sia arrivato fin qui, sfociando addirittura rafforzato nel mare della nostra indipendenza simbolica, espressa negli ultimi anni in tante manifestazioni. 

Ma se molto/tutto è cambiato, al nuovo occorre rispondere con proposte politiche nuove. La mia esperienza di militanza dice che la scommessa politica del femminismo rimane aperta. Del resto non è mai stata ovvia. E se le condizioni date ostacolano la nostra libertà, la battaglia deve continuare. In buona o cattiva fede, questa battaglia è spesso stata interpretata – e da più parti tutt’ora lo è – come richiesta di parità con gli uomini, ovvero in maniera riduttiva. Quasi umiliante. Non è certo la parità con l’uomo la nostra misura di libertà. La posta in gioco non è un valore mercantile, il femminismo è efficace come agire politico, come pensiero che tende a migliorare la vita di tutte/i. Meglio se col concorso di una controparte maschile disposta a mettersi in gioco consapevolmente.

Un recente tweet di Milena Gabanelli ha fatto discutere. Donne e uomini.  “Ne ammazzano una al giorno. Ma non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono mogli e fidanzate. Dove siete?”.  Frattanto alcune risposte dagli uomini sono arrivate. A Biella un flash-mob con scarpe rosse e scritte in bellavista “Legarsi a una persona non vuol dire possederla”. Flash-mob a Torino, a Genova, un altro preannunciato a Bari.

Il 2 marzo Alberto Leiss scriveva su Il Manifesto: “Fare una manifestazione, che per ora raccoglie qualche decina di uomini, non risolve certo la questione. Anzi si corre il rischio di cavarsela con poco. Dall’universo maschile dovrebbero venire gesti simbolici forti e scelte chiare e durature, capaci di rompere quello che viene percepito come silenzio e assenza. Chi di noi ci crede, deve insistere, lavorare di fantasia, convincersi e convincere che un mondo meno virilmente violento renderebbe migliori anche le nostre vite.“ 

Parole che mettono ali alla speranza e indicano traguardi meno aleatori.

Breve nota biografica: nata ad Arzo in una famiglia di scalpellini migranti, di professione traduttrice, vivo a Tremona dal 1990. Durante la militanza nell’ODD, Organizzazione per i Diritti della Donna ho co-fondato e diretto il trimestrale femminista Donnavanti. Tra i miei libri editi, la raccolta di racconti Regine di confine ha ricevuto il Premio Schiller 2008. 

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