Perché Sanremo siamo noi

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Per settimane, molto prima che sul palco del teatro Ariston salisse e sfilasse il solito circo Barnum formato da cantanti, artisti, presentatori, vallette, vecchie glorie, attrici, attori, calciatori, assessori, nani e ballerine, di Sanremo si è scritto. Anche per questa edizione segnata dal Covid-19, sui giornali e sul web del festival si è scritto, detto e si è polemizzato parecchio. 

La polemica. Quella di quest’anno vedeva il prode Amadeus e l’ormai sessantenne Fiorello opposti al ministro della salute e a quello dello spettacolo. Oggetto del contendere una questione apparentemente di poco conto: un’edizione con pubblico o senza? A un certo punto Amadeus aveva perfino detto che con un festival senza pubblico lui avrebbe gettato la spugna.

E invece eccoci qui a parlarne. Perché Sanremo siamo noi. Sanremo è da sempre lo specchio fedele di ciò che siamo, ancora di più mi è chiaro ora alla luce dell’edizione 2021, in corso d’opera. Quella senza pubblico. Con gli applausi finti. Quella con Ibrahimovic nella versione Chuck Norris, divertente come un calcio rotante dritto-dritto sulle gengive. Perché il festival è così. O lo ami o lo odi. Non esistono le mezze misure. 

Del resto anche Sanremo non è mai stata una cittadina o un posto qualunque. La scelse il chimico Alfred Nobel, l’inventore della dinamite. Amante dell’Italia e di un clima mite, l’ideatore del più famoso dei premi, vi si stabilì negli ultimi anni della sua vita. Oggi, la sua casa, Villa Nobel, da lui soprannominata il mio nido, è un museo e un centro culturale.

E insomma, mi tocca ammetto, non avevo mica capito qual era la reale importanza del pubblico. Non l’ho afferrato davvero finché non ho visto la serata d’apertura di questa edizione del festival. A dare vita, a dare un senso a tutte quelle esibizioni è il pubblico. Siamo noi che seduti in platea battiamo le mani, esprimiamo il nostro entusiasmo. 

Senza un pubblico lì ad emozionarsi, senza nessuno di noi lì presente, Sanremo non ha alcun senso. È uno spettacolo monco. Una messa officiata di fronte a una Piazza San Pietro deserta. È una prova. Un flop. Un amplesso onanistico. Il triste solitario di qualcuno che si ostina a giocare per conto proprio. Ecco perché Sanremo è Sanremo. 

Lo è non per i cantanti e ancora meno per le canzoni. Non per il fatto che è un logoro pezzo di televisione che viene riproposto identico a se stesso da decenni, malgrado ogni volta tutto cambi e insieme tutto resti uguale. Sanremo è Sanremo per la magia che si crea tra il pubblico presente in sala (solo la punta dell’icerberg rispetto a quello davanti alla tivù a casa) e i suoi idoli, che acclama o fischia.

E allora, a pensarci bene, non sono poche le cose che esistono, che prendono vita perché noi decidiamo che debbano esistere. Dalla corrida a Dio. Da Sanremo alla democrazia certe cose si reggono, stanno in piedi solo grazie a noi. Funzionano perché c’è un pubblico. Perché ci siamo tu e io a farle girare. A permettere loro che accadano. Perché il vero spettacolo è, innanzitutto, nello spettatore. E non c’è palloncino che tenga.

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