Rimpatri violenti: non siamo più al buio

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Dopo tre anni di ricorsi, è stato concesso un permesso di dimora alla famiglia azera, protagonista di un discusso tentativo di respingimento a Viganello. Possono quindi restare in Svizzera e forse, il loro ricorso all’Onu potrà cambiare la procedura

Immagina.

Immagina di essere donna, madre, straniera. Immagina di avere due figli piccoli di quattro e otto anni da accudire. Immagina di essere una giornalista indipendente e per questo perseguitata dal tuo Paese. Immagina anche di essere una richiedente asilo e di non essere ben vista neppure dal Paese che ti ospita. Di esser mal vista tanto che questa nazione decide di rimpatriarti; e lo fa in modo brutale. 

Immagina di essere a settembre, più precisamente il 12 settembre 2018. L’estate è agli strascichi e nella stanza di quella Pensione di Viganello, “La Santa”, ci siete solo voi: tu e i tuoi piccoli. È notte fonda, sono circa le due. Bussano alla porta. Ti svegli intorpidita. Non sai chi sia. Forse sei titubante ad aprire. “Polizia” dicono solo dall’altra parte. Apri. Ti dicono di prendere le tue cose, devi fare in fretta. Te ne devi andare. Raccogli le tue cose. Svegli i bimbi. I bimbi magari hanno sentito tutto. Piangono. Hanno paura, tanto che uno dei due vomita. Rimette dalla paura. Piangi anche tu. 

Vi prelevano. Vi fanno salire in macchina. Noi sai dove ti porteranno. Arrivate all’aeroporto di Zurigo. I due agenti in borghese ti costringono a salire sull’aereo, che vi porterà a Milano, in Italia, dove siete stati registrati la prima volta. Il bimbo vomita ancora. Tu piangi ancora. All’alba l’equipaggio vi fa scendere. La polizia ti ha avvertito che ci riproveranno la settimana prossima. Ti lasciano sola coi bimbi, dicendoti che ti devi arrangiare a tornare in Ticino. Per completare l’opera un agente della polizia aeroportuale mostra a te e ai figli una foto di una persona con mani e gambe legate e occhi bendati. Crudelmente dicono “la prossima volta vi metteremo sull’aereo così”.

Questo è grossomodo il riassunto di una nottata da incubo, vissuta da una famiglia straniera, dopo che la Segreteria di Stato della migrazione (Sem) e il Tribunale amministrativo federale avevano deciso per il suo respingimento. 

L’inizio di un calvario emotivo e burocratico che oggi però sembra finalmente vedere luce.

Siamo al buio 

“Siamo al buio” si intitolava così, il comunicato stampa lanciato da sette cittadini intraprendenti (leggi qui e qui), stufi e pronti ad opporsi alla politica dell’ingiustizia dove, l’essere forti coi deboli, e mai il contrario, diventa prassi. Diventa quasi virtù. 

E allora queste sette persone, insieme alla famiglia e ai suoi avvocati, Immacolata Iglio-Rezzonico e Paolo Bernasconi (della Rete di giuristi della Fondazione Azione Posti Liberi) intraprendono un’azione legale che li porterà davanti all’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani.

La piccola mobilitazione riceve risposta e così Ginevra chiama Berna e le lancia un monito chiaro: la procedura è tutta da rivedere, poiché la Convenzione sui diritti dell’infanzia non è stata rispettata.  I piccoli hanno subito un’ingiustizia dalle autorità svizzere. 

Seguendo l’articolo 17 del Regolamento di Dublino, denominato anche “clausola di sovranità”, viene emanata una deroga al principio del rinvio nel Paese di prima accoglienza. Infatti l’Italia è sì il primo Paese di approdo ma la vita della famiglia azera è qui, in Svizzera. 

A vincere siamo tutti noi 

La settimana scorsa arriva la seconda vittoria. La Sem ha deciso di rilasciare a mamma e figli il permesso B. Non un permesso F, ovvero quello concesso ai rifugiati, ma il B, il permesso di dimora, come a tutti gli stranieri che decidono di trasferirsi nel nostro Paese. 

Documento, questo, che permette alla famiglia di smettere di vivere nel perenne equilibrio su una fune, incerti e immobili sul proprio futuro. I genitori potranno completare il loro ciclo di integrazione, ovvero cercarsi un lavoro, avere una dimora propria; mentre i figli potranno andare a scuola. 

Questo vale anche per il padre, riaccolto in Svizzera dopo essere nuovamente stato arrestato in Azerbaigian per motivi politici. Ilham Aliyev, lo zar della dittatura azera, ha perso. La politica elvetica, rigida e dura, ha perso. 

A vincere una famiglia dell’est, dei cittadini coraggiosi, i giornalisti – categoria professionale a cui i due genitori appartengono – tutti noi e un po’ anche i diritti umani.

Il protocollo della speranza

A rendere tutto questo possibile due fattori. Il primo la mobilitazione popolare, che ha dato risonanza mediatica alla vicenda e che è riuscita a sensibilizzare l’opinione pubblica. Il secondo è un nuovo protocollo presente nella Convenzione, ratificato dalla nostra nazione nel 2017.

Esso permette il ricorso individuale in difesa dei minori di fronte alle istanze internazionali. Una sorta di scorciatoia burocratica, che permette di presentare il caso privato a un comitato Onu senza dover delegare la questione al rapporto fra Nazioni Unite e il singolo Paese.

Un caso, che in gergo viene definito “da manuale”, che potrebbe essere l’esempio faro per altre persone. 

Affinché più nessuno debba vivere la paura del buio.

E nemmeno immaginarlo.

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