Tra Cina e USA summit al ghiaccio

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Il primo vertice della gestione Biden che si sta svolgendo ad Anchorage, fra i ghiacci dell’Alaska e delle diplomazie incrociate americane e cinesi, si è aperto con una raffica di accuse incrociate, di insolenze assiderate e di fredde rimostranze.

Il tutto nella buona tradizione della “diplomazia della non diplomazia”, presumibilmente strategica per la conquista dei reciproci obbiettivi ma certo indigesta agli esteti della dialettica condotta con perspicacia ,cautela e tatto.

Il fatto è che la caciara paga, nella sua corposa dose di grossolanità e impudenza, nei guizzi di una schiettezza che farebbe arrossire una megattera e nel tumulto di un’impulsività che verrebbe bollata anche da un tiro di cani da slitta.

Una foto mostra le due delegazioni contrapposte con tanto di mascherine e le tovaglie candide dei tavoli accompagnano lo sguardo verso il fondale carico di bandiere rosse e a stelle strisce, alternate in un blando abbozzo di irrealizzabile promiscuità 

La sessione di apertura ha dato il via ai fuochi artificiali  e il segretario di stato Usa, Antony Blinken, ha piricamente snocciolato un interminabile elenco di faccende che non vanno:  le costanti minacce di Pechino a Taiwan, le insistenti pressioni economiche nei confronti dell’Australia, il sistematico susseguirsi di abusi contro i diritti umani della gente di Hong Kong e gli sfacciati e inqualificabili cyber-attacchi volti a destabilizzare gli equilibri americani.

Blinken, nel raggelante tono consono a chi ha la stramba pensata di darsi appuntamento in Alaska, ha condensato il tutto a muso duro: “Un attacco contro l’ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale”.

E mentre il National Security Advisor del presidente, Jake Sullivan scandiva un inequivocabile: “È un assalto della Cina contro i valori universali” è iniziata l’esondazione di Yang Jiechi, capo delegazione cinese e responsabile Esteri, parimenti stridulo e aggressivo nei toni, con una particolare inclinazione ad arrotare le vocali:  “Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all’interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse, non è possibile strangolare la Cina, avete precipitato le relazioni bilaterali in una crisi senza precedenti.”

Viste le incoraggianti premesse, il distruttivo dialogo si è propagato oltre i confini del pessimo tono e il Drago mordeva i talloni dei cow boys che a loro volta cercavano di acchiapparlo al lazo, nella tradizione del circo dove Buffalo Bill , con i suoi virtuosismi, rimpolpava le file al botteghino.

Le ribollenti rivendicazioni e l’empatica antipatia hanno bruciacchiato  l’ortodossia del confronto e la chimica degli avvicinamenti e degli ammorbidimenti è andata a farsi fottere , nella diversa e polemica visione sul cambiamento climatico, nel complesso ring della guerra e della controguerra dei dazi, nel rovente dossier dei diritti umani, nella reciproca esaltazione delle storture di una “coercizione economica” intrecciata a doppio nodo scorsoio, nello sconfinata divaricazione delle architetture e delle programmazioni  tecnologiche e perfino nella complessiva pianificazione delle campagne vaccinali.

Si è fatta sera, un sera in effetti da doppio cappotto di pelo, con una sfilata di musi induriti e ingrugniti, di rughe assemblate su fronti sudate e sfrontate.

E pare che gli schieramenti abbiano concordato un parziale armistizio, dopo aver dato una ingorda occhiata al menu della casa: halibut beer bits, carne di maiale al mango e al paté di salmone, birch syrup che induce a sonore ronfate da orsi.

Un sorso di sciroppo ricavato dalle betulle, una caramella squaw candy scolpita dai filetti di salmone essiccati, un altro robusto sorso di sciroppo ricavato dalle betulle ed ecco che, come d’incanto, le divergenze sono apparse praticamente nulle.

Ora l’umanità può contare  sul nuovo postulato di Anchorage: due delegazioni si dicono parallele quando giacciono sullo stesso piano senza mai incontrarsi, salvo intersecarsi in una conviviale dove prevale l’onnipotenza del caviale. 

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