Uccisa dopo tre ore di agonia

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Vera Pekhteleva muore per colpa della polizia, che arriva solo dopo tre ore di torture e dopo il suo omicidio a opera dell’ex fidanzato. Un caso orrendo che scuote l’opinione pubblica russa.

Questo è quello che produce, suo malgrado, una società omofoba e misogina, arretrata, che si ostina nel solco della famiglia tradizionale, quando famiglia tradizionale significa quel nucleo spesso torbido e nascosto, dove nulla deve uscire e dove il padre padrone vive nel suo piccolo regno.

Per difendere questo concetto oscuro e legato alla religione, ci si è messa anche la chiesa ortodossa in Russia, che ha trovato nei nazionalisti, nei sovranisti e nel regime di Putin dei complici più che compiacenti.

Per capire di cosa sto parlando, vi racconterò la storia di Vera, occhi azzurri e malinconici, lisci capelli biondi come tante ragazze slave. 

Ha sopracciglia folte e un sorriso appena accennato, negli occhi il riflesso di chi l’ha fotografata, magari proprio il suo assassino. In quella foto che la rappresenta è cristallizza la sua gioventù per sempre, perché la storia di Vera si è fermata l’anno scorso, a 23 anni, quando il suo ex ragazzo l’ha uccisa dopo averla torturata per tre ore.

110 tra ferite, tagli e fratture. Non ho neanche tanta voglia di pensare a come era ridotta, non voglio che i miei pensieri si fermino come corvi su un corpo. Mi va però di arrabbiarmi per un sistema malato e troglodita, un sistema che non solo ha prodotto questo omicidio di donna, ma lo ha anche avallato.

C’è l’audio delle sue urla, fornito dalle attiviste dei centri antiviolenza, in sottofondo, quando i vicini allertano la polizia. 

Grida strazianti che fanno accapponare la pelle, e quando le senti vorresti metterti le mani sulle orecchie. Grida che le associazioni hanno voluto divulgare per dare uno schiaffo all’opinione pubblica. Io le ho ascoltate e non ve le ripropongo, nessuno merita di sentirle, soprattutto dopo che ha saputo che la polizia e quegli idioti del centralino ci hanno messo tre ore ad attivarsi e quando sono arrivati Vera era già morta.

Cosa c’entra Putin? Cosa c’entra il sistema?

“La polizia verrà, non c’è bisogno di gridare a questo modo”, hanno risposto dal centralino. In quelle tre ore, Vera è stata seviziata da quel pazzo furioso, martoriata, distrutta, uccisa.

Oggi la pressione dell’opinione pubblica, forse chiamerà alla sbarra i poliziotti e il centralinista che hanno sottovalutato il caso, grazie proprio alle politiche di non intervento in merito alle liti familiari.

Addirittura i dati relativi ai femminicidi, aumentati abnormemente in Russia in periodo di covid, sono spesso nebulosi o difficili da ottenere, proprio per le politiche statali che tendono a insabbiare il problema. Leggiamo dal sito online donnexdiritti.com:

“Nel 2018 l’agenzia statistica governativa ha registrato un totale di 8’300 donne uccise, però i dati forniti sembrano non essere totalmente attendibili.

Nonostante le statistiche sulla violenza maschile contro le donne siano nebulose e non consultabili perché censurate dal Cremlino, l’Onu stima che tra il 1994 e il 2000 il numero dei casi denunciati in Russia sia salito del 217% con 169’000 casi annuali. Nel 2004, i casi di violenza in famiglia sono aumentati del 16% rispetto all’anno precedente con 101’000 casi, e il comitato Ceadw aveva stimato circa 14’000 femminicidi all’anno in Russia. (…) Il RosTat (servizio federale Russo di statistiche) nei dati del 2017 mostra un incremento di violenza domestica con 64’421 reati. Dati però che fanno riferimento a procedimenti giudiziari iniziati dopo le denunce, speso archiviate, quando studi ufficiali suggeriscono che solo il 10% delle sopravvissute in Russia denunciano alla polizia, con un 70% che non chiede neanche aiuto.”

Nel 2017, la Russa ha depenalizzato questi reati, passandoli da penali ad amministrativi e non esiste una categoria specifica per la violenza domestica. Continua la sua accusa donnexdiritti.com:

“Come per l’Ungheria di Orban e per la Turchia di Erdogan, che hanno ritirato la ratifica alla convenzione di Istambul contro la violenza sulle donne, l’idea della “famiglia naturale” cozza col contrasto alla violenza domestica anche in Russia e quindi deve rimanere nascosta dietro le mura di casa come cosa privata, restando così impunita”.

Una cosa privata, che nell’intimità di quelle tre ore di agonia, è costata la vita a Vera e a tante altre donne russe, che pagano i fasti di un patriarcato viriloide e religioso che aiuta Putin a detenere il potere. 

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