Urlando con Donal a Orlando

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Tonico, aggressivo quanto basta e a tratti incontenibile: Donald è tornato, dopo la breve parentesi passata a metabolizzare la “vittoria sottratta”. Che sublime la sensazione di lievitazione da potere, dalle buche del green al bagno di folla di Orlando, dove il suo chilometrico discorso ha strappato applausi  a non finire.

La grande offensiva per le elezioni di medio termine è già iniziata, cavolo se è già iniziata.

Trump carica a testa bassa e la sua gialla cresta pare aver conquistato qualche prezioso riflesso arancione: per la miseria, non siamo forse nel capoluogo della Contea di Orange? 

Trump rammenta per la centesima volta che le elezioni sono state il risultato di un ignobile furto, arringa  i presenti e poi come un bambino indispettito grida al mondo il suo rancoroso ritornello “ho vinto io!” per poi acquietarsi un poco, comunicando alla folla che è già tempo di riscossa, ripetendo cose già dette e ridette nel tatticismo verbale che paga a prescindere.

Ripassa la lista nera dei nemici del partito e si sofferma compiaciuto sul sondaggio raccolto fra gli elettori conservatori radunati nella roccaforte della Florida: una straripante maggioranza sta dalla sua parte e il partito repubblicano poggia su un unico fuoriclasse in grado di sbaragliare il campo, anzi di stravincere, brogli a parte.

Ecco perché urge “Riscrivere le leggi elettorali e proteggere i voti perché i democratici hanno usato la scusa del Covid per cambiare le regole in corsa“.

L’ex presidente tira qualche gomitata sulle gengive della Corte Suprema che si è rivelata “codarda”, un calcione negli stinchi del Green New Deal della sinistra definito “ridicolo”, una poderosa spallata al primo mese di presidenza del vecchio e sempre più vecchio Biden, vero detentore del primato degli inciampi politici, nella trafila di trenta giorni fatti di reiterate storture per un abbrivio presidenziale da considerarsi “il più disastroso della storia.”

Quando l’Ingiustamente Trombato  profetizza che “il prezzo della benzina salirà alle stelle” e che il transatlantico di “America First” sta diventando la barcarola rattoppata di “America Last” deflagra una standing ovation da giorno delle grandi palme spellate.

In una Orlando travolta dal vento del trumpismo si esalta la difesa del Secondo Emendamento con il sacrosanto diritto a detenere armi, si espande il fibrillato presentimento  che “l’apertura delle frontiere favorirà il terrorismo” e si sollecita la necessità di una durissima controffensiva  contro il deviante monopolio del Big Tech che implementa la censura delle istanze repubblicane.

Fra la marmellata dei fans qualcuno riassapora la frase con cui il condottiero ha aperto il suo discorso, travolgente come un fiume in piena di almeno un’ora e mezza: “Vi sono mancato?” mentre le veementi frecciate  si incollano quasi alla pelle di chi ascolta e i battimani sono shrapnel che spediscono una pioggia di schegge esaltate verso il cielo.

“Non farò un nuovo partito, è fake news. C’è il Gop che sarà unito e più forte che mai” . La Casa Bianca è già lì, a quattro anni che voleranno rapidi come come una partita di golf debitamente truccata.

E già c’è chi sogna al fianco del mitico Donald  l’effervescente governatore della Florida, l’italo americano Ron Desantis, un buonissimo nome per fare girare i santissimi a quell’incapace di Joe e alla sua storpiatissima truppa.

L’ennesima acclamazione e le mascherine, già poche all’inizio, quasi scompaiono nel momento della apoteosi e della glorificazione.

La campagna di vaccinazione? Biden sta solo attuando un piano già programmato dall’illuminato che si premura a chiarire la questione: “Ho investito miliardi nei vaccini, con quello di Johnson & Johnson ne abbiamo tre e la produzione è merito mio.”

Si sfiata a Orlando, urlando come richiede l’arte dello sgolarsi: un’arte che paga alla grande, restituendoti un delirio di incommensurabile onnipotenza.   

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