Veglia per Sarah e furia dei “bobbies”

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Montano le proteste contro la  violenza della polizia di Londra, intervenuta con plateale veemenza durante la veglia per Sarah Everard, 33 anni, scomparsa la sera del 3 marzo e ritrovata morta il 10 marzo nel Kent. Accusato per il suo rapimento e il suo omicidio è un agente di Scotland Yard di nome Wayne Couzens.

Couzens, apparso alla prima udienza davanti ai giudici con aria mortificata e sguardo perso ma soprattutto con una appariscente ecchimosi sulla fronte.

Era una pacifica e partecipatissima veglia quella organizzata nel ricordo di un femminicidio che ha fortemente scosso la coscienza di gran parte della opinione pubblica della Gran Bretagna. L’evento, vietato per le norme anti-covid, ha improvvisamente registrato la sproporzionata e brutale incursione di un nutritissimo manipolo di poliziotti che si è fiondato con squilibrato impeto contro i manifestanti, soprattutto donne.

Quattro gli arresti  in una cornice di strattonamenti, di mezze percosse e di colpi proibiti che hanno aggiunto benzina su un fuoco che reclamava semplicemente il protocollo del “codice del sapiente pompiere”. È successo l’esatto contrario, lo vediamo in un video dove si scorgono due agenti sollevare da terra per poi spintonare con prepotenza una donna che brancola inerme e smarrita all’intorno, alla ricerca dei propri occhiali.

La contestazione e i gesti di indignazione sono ulteriormente lievitati nel momento dell’arresto di Patty Stevenson, una ventottenne che è stata placcata al suolo e ammanettata.

La pomposa soverchieria della polizia metropolitana appare come una imperdonabile stonatura dentro un’azione non ponderata e oltretutto paradossale in quanto esercitata nell’ambito di una adunanza organizzata per condannare la consueta violenza contro le donne.

Se il Ministro dell’Interno ha usato parole come “Immagini scioccanti, serve indagine” , il sindaco di Londra Sadic Khan si è spinto opportunamente oltre parlando di scene “inaccettabili” e sollecitando al capo della Metropolitan Police, Cressida Dick “una spiegazione urgente” che possa soprattutto innescare la miccia di appropriati provvedimenti.

Le immagini ampiamente diffuse sui social media invocano di fatto una tempestiva indagine che chiarisca la sguaiata  sconvenienza di comportamenti che, tanto per cambiare, sono la fotocopia della riaffermazione del maledetto teorema della disparità di genere.

Lo scarso filtro mentale dei “tutori del disordine” erode, in troppe contingenze, quella lucidità che diventa strumento essenziale per gestire e modulare gli impulsi emotivi, poiché cuore e ragione, coscienza e inconscio, istinto e calcolo dovrebbero spartirsi equamente i nostri spazi interiori in modo integrato, a favore di un mondo un pò meno degenerato.

Pare piuttosto evidente che chi ha disposto la controffensiva della legalità, può vantarsi di disporre di svariate carature di imbecillità mentre chi utilizza un cervello mediamente pensante si domanda quale siano i comportamenti da mettere in atto quando la paranoia monta alle stelle: in particolari frangenti, è legittimo o semplicemente idiota ordinare uno sgombero forzato?

E andando oltre: non pagano di più la regola della discussione e del dialogo, la forza della persuasione e del convincimento progressivo rispetto alla messa in atto del manganello protagonista della strategia del pugno duro e dell’equilibrio andato in aceto?

Le disgustose  scene diffuse dai media hanno  stimolato profonde critiche dal fronte dei Labour che ha condiviso i moti di rabbia per i modi con cui la vicenda è stata gestita.

I metodi per il mantenimento dell’ordine sono ben altri e perfino Kate Middleton, la moglie del principe William, ha inteso ribadire questo elementare e fondamentale concetto recandosi a Clapham per rendere omaggio anche lei a Sarah Everard.

Forse non stonerebbe la comparsa di quel sesto senso che si chiama “pensiero magico”, quella splendida intuizione che potrebbe annullare, una volta per tutte, la matrice asimmetrica dei rapporti tra uomini e donne .

Ma per il momento il caso di Sarah Everard, ammazzata a 33 anni da uno scadente esponente di Scotland Yard, bussa alle pagine della criminologa Diana Russel che con assoluta lucidità ha definito il significato di femminicidio: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico.”

Un malinconico incancrenito postulato, un dato di fatto che si aggiunge all’ennesimo misfatto.

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