“Alice io t’ammazzo, giuro”

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Dopo aver sentito dell’omicidio-suicidio di Carasso mi è venuto da chiedermi, ed è brutto da dire, se la prossima potrei essere io”. A dirlo è Alice, il nome è fittizio. È una ragazza di cui non sappiamo neppure l’età, intervistata di recente dal portale informativo online Tio.ch. Alice alla fine ha preso il coraggio a quattro mani e ha denunciato il suo compagno, lo ha fatto malgrado tutto. Malgrado lui le abbia detto che se dovesse finire in carcere, appena esce, lui l’ammazza. È una donna morta. Una minaccia con la quale Alice deve fare i conti tutti i giorni. Costretta a vivere nel terrore. Con un uomo che l’ha brutalizzata e continua a farlo ora malgrado la denuncia. Alice è reduce da tre anni di stalking, violenza psicologica e continue aggressioni fisiche.

Ecco. Quando io, che abito a Bellinzona, ho sentito la notizia del recente omicidio ho pensato che sul fiume Ticino a correre ci vado anch’io. Ho provato a immaginare l’amica che s’è vista la scena. Costretta ad assistere all’uccisione. Uno spettacolo crudele e violento. Ho pensato che neppure un anno fa a Giubiasco era accaduto qualcosa di molto simile. Due omicidi e un suicido. Anche lì ad andarci di mezzo fu una ex. Una donna. Insomma i pensieri che ti affollano la mente di fronte a notizie del genere sono molti. Ancora di più quando nel tuo stesso quartiere, sul tuo pianerottolo, nel tuo bar preferito qualcuno muore ucciso da qualcun altro che conosceva bene. Ti rendi conto che hai la morte che ti bussa sulla spalla e ti dice: guarda che il prossimo potresti essere tu. È stata questa la sensazione.

Ti dà la conferma del fatto che le storie da incubo, viste raccontare così tante volte alla tivù sono reali. Ti vivono accanto. Non si tratta più di finzione. La cruda realtà è che le nostre città, i nostri paesi, i nostri quartieri, le nostre comunità sono infette. Il germe della violenza, il disprezzo per la vita altrui ci abita accanto. La cultura della morte inflitta per vendetta è qui. Qualcuno tra noi ancora crede di possedere una donna, dei figli. E in quanto proprietà privata si sente legittimato a farne ciò che vuole. Senza nemmeno rendersi conto, nemmeno per un secondo, che dall’altra parte c’è una persona. Non un oggetto. Un essere umano che prova dei sentimenti proprio come noi. Che magari soffre. Ma zero. Niente di tutto questo. Non da qualcuno pronto a uccidere perché non può sopportare di aver torto. 

Cercava d’isolarmi da amici e parenti, e credeva potessi tradirlo in qualsiasi momento. Mi ha detto addirittura che avrei fatto la fine di Gessica Notaro”, cioè la giovane modella italiana che nel 2017 si è vista sfregiare dall’ex fidanzato con dell’acido. È questo che Alice si è sentita dire dal suo uomo. Dal mostro che diceva di amarla. Da un mostro che riesce a vivere in perfetta simbiosi con l’animo umano. Perché, a volerlo, arriviamo a essere delle belve. A volerlo, però, possiamo anche insegnare ai nostri figli che la violenza non paga. Che le cose non si ottengono perché ci si è fatti strada menando le mani. Con un coltello, dell’acido o una pistola. No, non funziona così. Perché uccidere è sempre uccidersi. 

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