Cinquanta anni fa era il “Manifesto”

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Era il 28 aprile 1971, un giorno mica da sottovalutare: compivo venti anni, con una capigliatura che esplodeva nei volumi incontrollati, e nella mia solita edicola, quasi esposto con verecondo timore, occhieggiava lo scarno richiamo de “Il Manifesto”.

Il primo quotidiano tutto politico che approdava nel ricchissimo mosaico di mille riviste patinate e spesso sin troppo pettinate e di manipoli di giornali un po’ di parte, un po’ faziosi e un po’ leziosi, un po’ parziali e un po’ banali, un po’ garantisti e un po’ fascisti, un po’ cascanti e un po’ plagianti,  di tutto un po’ insomma senza riuscire a fondersi nel progetto del  “bel po.’ ”

Al prezzo di 50 lire l’edicolante, fra il diffidente e il perplesso, mi consegnò quelle quattro pagine che non “erano più una idea ma una realtà esposta al giudizio di tutti.”

Celebrava, questo esigua superficie di articoli assolutamente insoliti, l’esistenza di una comunità “dalla parte del torto” a prescindere.

Al di là dei facili giochi di parole, quel giorno si stava manifestando una sorta di miracolo laico dove la moltiplicazione dei pani e dei pesci esigeva una replica per quei duecentomila della Fiat che schiacciavano sull’acceleratore della lotta operaia.

Musica nuova per le mie orecchie mentre  da un capannello di consolidati borghesi , sommessamente vociante accanto a me, serpeggiava una voce quasi stizzita “È una roba da comunisti!”

Intanto mi beavo leggendo qualche terapeutica riga:

 “Perciò ci accontentiamo di forze limitate e inesperte, ma fino in fondo disinteressate e impegnate, scontando difetti e lacune certe. In fin dei conti, non ci affidiamo ad altro che a un lavoro collettivo : a una passione militante : a ciò che molti chiamano utopia e noi fiducia nelle masse e nella tranquilla coscienza.”

E l’editoriale di Luigi Pintor punzecchiava “un mondo odiosamente segnato dal genocidio imperialista”.

Il Manifesto arrivava giusti giusto per fare finalmente qualche uovo fuori dal cesto.

E la passione militante si trasformava in una euforia esorbitante.

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