De Gregori, il Principe ha settant’anni

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Di Fabio Amorth

Una settimana fa, il giorno di Pasqua, il cantautore romano Francesco De Gregori ha compiuto settant’anni tondi tondi. Un anniversario festeggiato dal diretto interessato in sordina. Lontano dal clamore del palcoscenico. Giusto un brindisi in compagnia di familiari e amici. E nessun’intervista, malgrado i numerosi attestati di stima giunti da ogni dove. 

Ma chi è stato davvero il Principe, soprattutto per chi, come me, in tutti questi anni non ha potuto fare a meno di nutrirsi delle sue canzoni e dei suoi versi? Di sicuro è stato una figura discreta ma imprescindibile. E Principe è l’unico nomignolo affibbiatogli in questi anni che non gli vada stretto. “È l’unico che mi piace, perché me lo diede Lucio Dalla durante Banana Republic”, ha rivelato.

I primi passi Francesco li muove al Folkstudio che alla fine degli anni Sessanta era il tempio di Trastevere del cantautorato romano. De Gregori vi esordì suonando inizialmente la chitarra e scrivendo una canzone canzone cantata per la prima volta dal fratello Luigi, di sette anni più vecchio. Ed è al Folkstudio che conoscerà molti dei musicisti con cui si troverà a collaborare, a partire da Antonello Venditti. 

Con lui, Giorgio Lo Cascio ed Ernesto Bassignano, Francesco si esibisce in uno spazio del programma del locale denominato “I giovani del folk”. La stessa sigla verrà poi usata dai quattro per le esibizioni dal vivo in giro per l’Italia. E proprio Antonello Venditti immortalerà quel periodo nei versi: “Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra, e un pianoforte sulla spalla” della sua canzone “Notte prima degli esami”.

Da allora, barba, chitarra e le sue canzoni lo faranno diventare uno dei cantautori italiani più noti e amati. Grazie ai tanti personaggi immortalati nelle sue liriche: Alice, Pablo, Irene, Anna, Marianna, Mario, Nino, Ninetto, Caterina, Rollo, Eugenio, Lisa, Mimì, Giovanna, Hood, Hilde, Susanna. Poco importa se reali o frutto della sua fantasia.

Modello dichiarato a cui di recente ha perfino dedicato un disco di sue canzoni tradotte per l’occasione in italiano è Bob Dylan. L’eterno maestro, la leggenda del folk, il Nobel per la letteratura, l’uomo che “non cantava, ma sputava le parole come sassi”. Parole che nelle canzoni di De Gregori si fanno metafore. Da sempre la sua arma migliore. Mi pettino i pensieri. Nasceranno bambini vestiti di cielo. Barattolo di birra disperata.

E nell’attesa che il Principe torni di nuovo a calcare il palcoscenico accompagnato dalla sua fedele chitarra e dal suo inseparabile cappello, è bello sapere che molti di noi sono cresciuti con la sua musica, assimilando quel suo modo di dipingere la vita attraverso strofe e ritornelli che invecchiando si sono fatti perfino più preziosi di un tempo. Una magia della quale siamo tutti responsabili. Forse perché davvero la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso. 

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