Denise Pipitone: rapita due volte

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Uno spettacolo indegno. Solo questo si può dire del teatrino mediatico allestito dai media riguardo alla vicenda Pipitone/Rostova. Uno spettacolo, che non ha nulla a che vedere col giornalismo investigativo, né col rispetto della dignità e sofferenza umana.

Fugo da subito ogni dubbio che potrebbe sorgere leggendo il titolo: no, quella che sto per raccontare non è una svolta nelle indagini legate alla scomparsa della piccola Denise Pipitone, avvenuta a Mazara del Vallo il 1° settembre del 2004.

No, quello su cui mi soffermerò in questo articolo, che è più uno sfogo che un pezzo “d’informazione”, riguarda quella grossa, grassa, mastodontica macchina mediatica che si è attivata per spremere tutto ciò che c’era di spremibile nel fatto di cronaca. 

Uno sciacallaggio mediatico che tocca il punto più basso mai raggiunto, dove la vera protagonista è la mercificazione del dolore. Ed è proprio questo il punto: Denise in tutta questa storia non è altro che un “prestavolto”, uno strumento che serve a catalizzare l’attenzione del telespettatore. Un’immagine, quella della piccola dagli occhi vispi e con le mollettine rosa nei capelli, che perde nitidezza man mano che il circo mediatico giunge al culmine, tanto da arrivare a sparire, ancora una volta, nell’oblio.

E così Denise viene rapita ancora, stavolta dai media, sfruttata fino a quanto necessario e poi rimessa, silenziosamente, nel mondo delle persone che non si trovano più.

La vicenda

Per chi non avesse seguito la vicenda, faccio un breve sunto. Durante il programma russo Pust’ govorjat (Lasciali parlare) trasmesso sulla principale emittente pubblica del paese, viene presentata una ragazza. Si chiama Olesja Rostova ed è una ventenne in cerca della madre biologica. Rostova dice di essere cresciuta in un orfanotrofio, dopo essere stata tolta a una donna rom che la costringeva a fare l’elemosina.

In Italia, una signora di origini russe che sta seguendo il talk show, nota una certa somiglianza fra Olesja e la piccola Denise, e anche le due storie sembrano combaciare. La donna decide quindi di chiamare la redazione di Chi l’ha visto?, il noto programma Rai che si occupa di persone scomparse. 

Da lì in poi…apriti cielo. Se quelli di Chi l’ha visto? hanno mantenuto una certa professionalità e soprattutto i piedi per terra (la stessa presentatrice, Federica Sciarelli, in apertura della puntata dirà: “Sarebbe quasi troppo bello per essere vero”) non si può dire altrettanto dei colleghi e di altre testate, che hanno fatto a gara nel fomentare la vicenda. 

Quelli di Pust’ govorjat, stuzzicati dallo sbracciarsi dei corrispettivi italiani, percepiscono subito la ghiotta occasione, diventando così, di fatto, gli esecutori materiali nell’allestire lo spettacolo circense. 

Sia chiaro: non voglio essere ipocrita. Conosco benissimo l’adrenalina giornalistica nell’imbattersi in una notizia “troppo bella per essere vera”, quella da colpaccio, quella in stile Watergate. Però è altrettanto vero che un buon giornalista è colui che riesce a tenere a freno il suo entusiasmo per portare a casa un lavoro ben fatto, ragionato, giusto. Perché qui si parla della vita di due ragazze, Olesja e Denise – che oggi avrebbe 21 anni – e di due famiglie, che stanno cercando le proprie figlie. Non è un fattore secondario o dimenticabile.

Lo spettacolo del dolore

In questa messa in scena c’è tutto. C’è il toto DNA (o la roulette russa, per restare in tema), con tanto di parenti, definiti dalla stessa tv russa “pretendenti” presenti in studio ad attendere il verdetto. 

C’è il colpo di scena, o il mancato colpo di scena, nel rinviare la messa in onda della puntata rivelatrice, o nell’attacco d’ira del legale della famiglia di Denise che, dopo un tira e molla durato circa quaranta minuti, si stufa e minaccia di lasciare la trasmissione.

C’è il reciproco scambio di colpe fra media italiani e russi, consci entrambi di essersi autosuggestionati.

E poi ci sono ancora i funamboli, i giornalisti che tentano il rischio, bruciando la notizia (“Tanto lo sapevamo già tutti!), quelli che si inventano la fonte (Fanpege che annuncia “Olesja non è Denise”, sostenendo che queste sono dichiarazioni fatte a loro dall’avvocato Frazzitta, legale dei genitori della piccola, peccato che poi lui stesso smentisca…), quelli che, scoperto l’arcano e montato tutto, hanno il cinico coraggio di dire che “bastava guardare la foto delle bimbe da piccole, non si somigliano per niente!”, e quelli ancora che gridano al complotto (“La russa è un’attrice che punta al successo”. E da cosa lo dedicano? Dal profilo Tiktok della ragazza…)

E poi ancora c’è la ricerca della lacrima, dell’emozione facile da riprendere con le telecamere e da usare per ottenere il massimo profitto. Alla fine è questo che fa la televisore, ricreare una situazione e far sì che lo spettatore si immedesimi.

A mancare in tutto questo, e quasi per fortuna, è Denise.

Denise che risulta ancora scomparsa. Denise che sta ancora nel mondo di chi non si trova più. 

Denise che non c’è, è stata fatta sparire in una calda giornata dei primissimi di settembre del 2004. Ed è stata fatta sparire una seconda volta, stavolta dai media, disposti a vendere anche una bambina pur di avere qualche attimo di visibilità in più

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