Due pesi, due misure per il sergente?

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La vicenda dell’agente, sorpreso a minacciare su Facebook il vandalo che gli ha rovinato l’auto, e il silenzio da parte delle Istituzioni, nonché di una determinata area politica, riaccendono il dibattito sulla gogna pubblica. Perché per determinate professioni, l’errore social costa caro e per altri invece no?

Quando andavo alle superiori, avevo una maestra di tedesco con cui vivevo un rapporto d’amore e odio. In tedesco ho sempre fatto schifo, e lei -diciamo- non perdeva occasione per farmelo notare. Era severa, rigida nella sua didattica (stiamo parlando di una donna cresciuta nella Germania dell’Est) e poco incline a una certa “democrazia di classe”. 

Se come docente della lingua germanica un poco l’ho odiata, l’ho invece tanto amata per le lezioni di vita che mi ha dato, tanto che i suoi insegnamenti li custodisco gelosamente ancora adesso. 

“Ricordate, potrete essere le persone più capaci e brillanti di questo mondo, ma se non siete professionali, in qualsiasi posto andrete, durerete poco”, ci disse una volta: “Quando troverai un lavoro, non sarai più solo Shila, ma Shila la banchiera, la giornalista, la politica, l’impiegata dell’azienda X. Rappresenti la ditta per cui presti servizio anche fuori dagli orari di lavoro. Attenta perciò a cosa metti suoi social. I tuoi datori ti guardano”.

Ecco, oggi ripenso a quelle parole, le associo a ciò che è successo al poliziotto, e non posso non pensare a quanto avesse ragione la mia insegnante. 

E, ripensando a queste parole, non posso far finta di non vedere come questo valga solo per alcune categorie di professionisti.

Noi, vetrine delle nostre professioni

Di scandali social, in passato, ne abbiamo visti molti. Diversi furono i dipendenti RSI ammoniti, così come anche i docenti della scuola pubblica. 

Solo per fare una piccola rassegna, ricordiamo il caso del docente di Barbengo sanzionato per un post relativo alla votazione sull’introduzione dell’insegnamento della civica (leggi qui e qui) oppure ancora l’insegnante licenziato a marzo perché colpevole di aver fatto entrare una banda di ubriaconi milanesi alle scuole medie di Locarno. In quel caso a incastrare l’uomo, non uno scritto, ma immagini e video che lo ritraevano intento a spassarsela nelle aule scolastiche (leggi qui sotto).

Tutte sanzioni giuste, perché lo sbaglio c’era, e chi sbaglia, deve pagare. Tutte persone queste che sapevano di giocare col fuoco perché, se scoperti, erano consci di andar contro le regole. Sia i docenti che i dipendenti RSI hanno un regolamento e delle linee guida per quanto concerne l’uso dei social. 

Lo hanno anche i poliziotti che, come si legge dalla Regione, vengono spesso sensibilizzati sulla tematica. 

Ma perché un datore di lavoro, sia esso pubblico e privato, dovrebbe controllare le nostre attività su Facebook e Co.? Perché noi, tutti, non solo lavoriamo per l’azienda, ma ne siamo anche l’immagine, e i social, visibili a tutti, ci fanno da megafono. 

Ad ogni mestiere le sue responsabilità

Il professore rappresenta l’istruzione, deve dare il buon esempio ai suoi allievi. Chi lavora per la tv pubblica rappresenta l’informazione, imparziale e neutrale. Il dipendente pubblico rappresenta l’Istituzione, lo Stato e quindi tutti noi. Il poliziotto l’autorità, la giustizia, colui che ci protegge.

Di tutte queste categorie dobbiamo poter fidarci. Come fare quindi, nel caso del sergente? Chi mi assicura che difenderà le minoranze (stranieri, omosessuali, musulmani) se suoi social dice di volerli sterminare? Chi mi assicura che non è uno dalla pistola facile, che non mi punterà mai un’arma contro, se suoi social, ancora una volta, minaccia di morte il vandalo che gli ha rovinato l’auto?

Per questo le giustificazioni, rilasciate per laRegione, di Max Hofmann, segretario generale della Federazione Svizzera dei Funzionari di Polizia, stridono un poco: “Si tratta di un ottimo agente dalle molte qualità. Se ha sbagliato dovrà naturalmente accettare le conseguenze dei suoi errori, ma eviterei conclusioni precipitose. Prima di tutto occorre comprendere il contesto e la situazione personale che possono avere determinato certi comportamenti, proprio come si fa con qualsiasi altro cittadino. Aspettiamo dunque l’esito di un’eventuale inchiesta”.

Accuso gli altri, nascondo i miei

Un aspetto interessante emerso è il silenzio di una determinata area politica, quella leghista, avvezza alla gogna mediatica delle prime tre categorie sopra elencate. Il maestro sì, perché sottostà al DECS, quindi son tutti socialisti. Idem per i dipendenti RSI, covo, secondo il pensiero leghista, dei “rossi”. Per non parlare di altri dipendenti pubblici dell’amministrazione.

Lo stesso Quadri oggi, sempre su Facebook, denuncia il caso di una cameriera, che lavora al Bar della RSI, la quale lo ha apostrofato in maniera poco carina suoi social. 

Nessun accenno al caso del poliziotto. E come può? Il poliziotto lavora per lo stesso Dipartimento a cui a capo abbiamo un leghista, Norman Gobbi.

E così si scopre un altarino molto in voga in Ticino: accusare gli altri, se di altre correnti politiche, e nascondere il più possibile i propri, di dipendenti e collaboratori. Il lavoratore che diventa uno strumento per colpire l’avversario, andando così a sminuire, di fatto, il reato.

Quindi l’attenzione non si concentra più sul gesto in sé o la carica ricoperta dalla persona, ma sul suo orientamento politico o quello dei suoi superiori. Diventa perciò una battaglia ideologica che vede crearsi schieramenti, gogne pubbliche, e non più un battaglia professionale che dovrebbe coinvolgere le parti in primis. 

Proprio ora, che sto scrivendo questo pezzo, è uscita la notizia che è stato aperto un procedimento sul sergente recidivo. Bene, era ora. Anche se questo silenzio dai piani alti, ripeto, inizia ad essere indigesto, incomprensibile e odioso. 

Come lo è altrettanto questo modo di fare politica. E qui parlo per tutti. 

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