E Gagarin 60 anni fa disse: “poyekhali”

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Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio: era il 12 aprile del 1961 e alle 9:07, ora di Mosca, dalla base di Baijkonur in Kazakistan, decollava la Vostok 1, prima navicella spaziale con un equipaggio umano. Fu una emozione indicibile per i miei dieci anni con i piedi ben piantati al suolo e ancora oggi quel “partiamo”, ovviamente pronunciato in russo subito dopo il lancio, profuma di mito e di leggenda.

Già il pronunciare quel nome per esteso era un modo per scatenare una tempesta di rollii gutturali carichi di ammirazione: Jurij Alekseevic Gagarin, cosmonauta e aviatore sovietico immediatamente ribattezzato il Cristoforo Colombo dei cieli, tutto solo rinchiuso in un guscio di noce destinato a compiere un’orbita completa intorno alla Terra, certamente un tantino attonita davanti a tanto ardire.

E quell’essere umano, mentre io sprofondavo inchiodato sul divano con tanta euforia e con una certa gravitazionale apprensione, stava osservando il nostro pianeta dallo spazio, trovando anche la maniera di infondere una soffusa armonia poetica, chissà se studiata a tavolino, chissà se sbucata come d’incanto davanti alla infinita vacuità che giocava a rimpiattino : “Da quassù la Terra è bellissima. Senza frontiere né confini”.

Lo diceva via radio, e lui era ora un viaggiatore che albeggiava dentro un’indicibile prima impresa, impensabile e certo indispensabile, così affascinante da indurti a spalancare la bocca fronteggiando l’arcano che stava bussando alle nostre porte, con l’enigmaticità del nulla o del quasi nulla che esiste tra le sfere del Sistema Solare e le infinite cinture di astri palpitanti.

La glottologia delle galassie stava prendendo per i fondelli quel “poyekhali” scandito dal gigante, figlio di un falegname e di una contadina, oppure si stava inchinando alla intraprendenza dei curiosi bipedi che si affaccendavano , spesso in modo buffo, nel loro mondo fantasticandone altri?

Dopo aver compiuto una intera orbita ellittica attorno alla Terra, alla velocità di 27.000 chilometri che avrebbero certo scombussolato il metabolismo della metodica Simca di mia zia Fulvia, il pioniere dei cieli atterrò in ottima salute in un campo dove incontrò Anna Takhtarova, una contadina destinata a passare alla storia più che per i suoi covoni di grano per il fatto di essere incappata in una sorta di scafandro semovente per lo meno strano.

Ancora oggi, nel rileggere il racconto di Gagarin, mi pare di poter riacciuffare quella maestosa giornata di ordinaria follia:

” Poi giunse un altro gruppo di contadini e quando mi videro con la mia tuta spaziale trascinando il paracadute, iniziarono a indietreggiare impauriti. Dissi loro di non spaventarsi, che ero un sovietico come loro, tornato dallo spazio e che doveva trovare un telefono per chiamare Mosca.”

Due giorni dopo Jurij venne accolto da eroe a Mosca mentre io mi rinchiudevo, con i miei soci intergalattici Paolo e Vittorio,  nella penombra del garage per approntare una navicella che avremmo chiamato ” Vodka 1″: lavorammo per una settimana fra una accozzaglia di bidoni, frammenti di latta, cerchioni di bici dismesse, lamiere trattate con lacca per capelli, scampoli di recinzioni, taniche e fusti vari, borchie e compensati. 

Non mancavano ovviamente viti, bulloni, rondelle, chiodi e colle, fili di ferro e perfino mollette per bucato. 

La “Vodka 1” non conobbe mai la gloria dei cieli, un pò per alcune lacune progettuali e un pò per la mancanza di volontari veramente convinti.

In compenso ci prendemmo una tale ciucca che ci permise di parlare per qualche ora in russo quasi ortodosso e in cirillico con inflessioni da paradosso.

Gagarin, nel frattempo, entrava nei francobolli, nelle cartoline celebrative, nei poster apologetici, nei manifesti encomiastici, nelle figurine, nei santini di ogni sorta e nei murales.

Aveva imbroccato una folgorante cinquina nel lotto universale! 

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