Fermata a Briançon per non morire di freddo

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Il documentario “L’avventura” dà voce a coloro che soggiornano al “Rifugio della solidarietà”, una casa a 1’300 metri di altitudine che ospita coloro che attraversano le Alpi sulla rotta migratoria dall’Africa alla Francia.

Quando Mamadou, un maliano di 26 anni, perde le gambe per congelamento nella neve sulle Alpi e Marianne Chaud vede la sua foto, qualcosa si muove dentro di lei e le impone di agire. 

Marianne, etnologa, cresciuta nella città alpina di Briançon (uno dei paesi più alti d’Europa, a 1.300 metri d’altezza), villaggio francese vicino al Piemonte, dopo aver trascorso 12 anni tra Parigi e l’Himalaya decide di tornare nel suo villaggio natale per far crescere suo figlio. 

Marianne ritrova il legame con la sua terra, attraverso la casa ‘Refugio Solidaridad’, un rifugio per migranti, situato nello stesso villaggio, che è anche il soggetto del suo documentario “L’ avventura”. Questo film dà il via al festival del cinema e dei Diritti Umani catalano “Impacte”, al via nella sua prima edizione giovedì 8 aprile.

Potremmo definirlo un fratello, perlomeno negli intenti, del festival dei diritti umani a Lugano che si tiene ormai da diversi anni (leggi qui sotto).

Nel documentario, Marianne Chaud dà voce ai migranti che passano per questo rifugio, ritraendoli al di là del loro viaggio migratorio. Dopo essere stati vittime della tratta degli schiavi in Libia, avendo a volte impiegato mesi o addirittura anni per attraversare il continente africano, affrontano un ultimo ostacolo non meno duro, nel loro passaggio dall’Italia alla Francia: attraversare la frontiera sulle Alpi. In quel gelido scenario tra cielo e gelo, come denuncia la documentarista, i migranti subiscono la persecuzione della polizia, che li spinge spesso in situazioni ancora più pericolose. Infatti in seguito al rafforzamento dei controlli alcuni di loro hanno persino perso la vita tentando la fuga in condizioni climatiche estreme. 

Lo sguardo delicato di Marianne, tratteggia  personaggi come Ossoule, che racconta la sua vita con le poesie, o lo stesso Mamadou che ha perso le gambe in quel viaggio infame. Gli individui non appaiono nel film solo come migranti, ma come persone con le loro paure i loro sogni e le loro speranze, che nella casa rifugio, tra pietre e sterpi, vivono un nuovo punto di partenza. Nonostante tutto, la loro vita va avanti, una realtà che il documentario ritrae con cura e gentilezza per non cadere nel fatalismo e per dare senso a quella solidarietà che, a Briançon, è essenziale per fare sì che i migranti non muoiano di freddo. 

Purtroppo dopo il documentario di Marianne, la realtà di Briançon è cambiata e il sindaco ha deciso di chiudere il rifugio. I volontari sono riusciti comunque a ottenere degli sponsor per pagare un nuovo edificio di accoglienza, ma “ancora una volta le istituzioni non svolgono il loro ruolo”, denuncia l’etnologa e cineasta, denunciando anche un altro problema: i gruppi di estrema destra che sono venuti nel villaggio a molestare i migranti perché non hanno documenti, il tutto con la complice connivenza della polizia.

C’è un’altra cosa che è cambiata”, aggiunge Marianne: “se prima avevamo giovani migranti africani, recentemente abbiamo trovato intere famiglie che vengono dall’Afghanistan o dall’Iran e molti di loro attraversano da anni, vengono con bambini che hanno solo pochi giorni o settimane e sono nati durante il viaggio”, tragedia si aggiunge alla tragedia, un mare in cui coraggiosi capitani come Marianne e i suoi compagni, affrontano le onde senza paura, convinti che da qualche parte, una riva ospitale esiste.

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