Il premier pakistano che pensa strano

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Imran Khan, primo ministro pakistano, ha rilasciato dichiarazioni per lo meno provocanti e oltraggiose nel corso di una recente intervista, dove si è impantanato in qualche svista di troppo, diffondendo un certo lezzo di insolenza: le violenze sulle donne sarebbero da imputarsi prevalentemente al loro “modo di vestire”.

Ricomincia il tormentone che invoca le attenuanti per lo meno generiche riguardo le prepotenze e le brutalità inferte dai maschi alle femmine, perdutamente votate all’imprudenza e alla provocazione con quel loro modo di porsi, fra l’ammiccante e  il malizioso, che inducono alla inevitabile tentazione.

Khan, divorziato due volte, rubricato in Wikipedia anche come “prominente filantropo”, può vantare un pregevole curriculum di noto playboy, più volte sorpreso in frangenti scivolosi, e di ex campione di cricket, uno sport di squadra che si pratica con mazza, palla e guantone con il ricorrente rischio di scordare la mazza nel kit degli incontri amorosi, a scapito degli esiti sportivi.

In un incontro pubblico sugli abusi sessuali nel suo Paese, l’ineffabile premier ha sottolineato che l’aumento degli stupri è dovuto sostanzialmente all’abbigliamento inopportuno di molte donne pakistane, non perdendo l’occasione di esortare le sue ‘amate connazionali a coprirsi  “come si deve” per impedire ai poveri maschi di cascare nei tentacoli di una inevitabile eccitazione, poiché il destino ha stabilito che “non tutti gli uomini  hanno la forza di volontà per resistere loro”.

Alla accorata invocazione, assolutamente improntata sulla regola delle impari opportunità, il capo di governo  ha fatto seguire una accalorata sollecitazione a rispettare, con assiduo rigore, la purdah, una antica pratica preislamica che prescrive la modestia nel vestire e la funzionale segregazione dei sessi.

In buona sintesi: occorre stratificare il corpo muliebre con una serie di farcitura di tessuti a bozzolo, senza il timore di scimmiottare l’omino della Michelin, ed è opportuno innalzare portoni con sempre meno pertugi nelle serrature  affinché una sorta di benefica abulia e di sconfinato quietismo diventino la provvidenziale purga che espelle le insane voglie maschili.

Il picconatore della scostumatezza delle dame ha concluso il suo notevole discorso rimarcando che le violenze sessuali sono frequenti “in qualsiasi società dove la volgarità  è in aumento” riferendosi in particola modo all’ India di Bollywood e al Regno Unito degli anni 70, quel postaccio che si impregnava nella triade marcescente del ” sesso, droga e rock’n roll.”

Le dichiarazioni di Imran Khan hanno acceso l’indignazione di migliaia di attiviste pakistane, condensata in una lettera di protesta: 

I commenti espressi dal primo ministro sono errati nei fatti, insensibili e pericolosi. La colpa spetta esclusivamente allo stupratore e al sistema che glielo permette, inclusa una cultura promossa da affermazioni come quelle di Khan.”

Il Pakistan continua a essere un Paese radicalmente conservatore, dove le vittime di abusi sessuali sono quasi sempre guardate con sospetto e le loro denunce vengono raramente considerate meritevoli di accertamenti e di indagini.

Ecco perché si attesta negli ultimissimi posti tra gli Stati per uguaglianza di genere, compensando questo triste primato con un positivo trend di reclutamento di appassionati nel gioco del cricket, mazze permettendo.

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