Io, robot e Amazon

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Di

“Io mi trovo molto bene con il mio capo, Mr. Zzo”

“Non lo conosco, come fa di nome?”

“Stoca”

“Non penso lavori al nostro centro, siamo sicuri di lavorare nello stesso magazzino?”

Questa conversazione è avvenuta (in inglese) tra un utente di Twitter (il primo a parlare) e “Darla”, altra utente che secondo le informazioni del suo profilo è mamma di due splendidi bambini, impiegata da Amazon da Aprile 2020 e usa “lei/essa” come pronomi.

Perché stiamo parlando di Darla? Sicuramente una rispettabile signora che non ha capito di essere presa per i fondelli, giusto? 

Prima di spiegarvi tutto, devo dare un’altra briciola di informazioni: Darla ha usato il suo profilo, nuovo di zecca, per dare voce alle sue opinioni. In particolare, il suo amore per Amazon e il suo odio per i sindacati. 

“La cosa che non mi piace dei sindacati è che non puoi fare a meno di pagare la tassa di iscrizione! Come mamma single è già difficile, e ora i sindacati vogliono venire qui da Amazon e prendersi parte del mio stipendio? No grazie!” Per fare un esempio. 

Questo commento viene pubblicato in un periodo in cui Amazon è nell’occhio del ciclone, per via di politiche aziendali che rasentano il crimine contro l’umanità. In particolare in Alabama si sono svolte manifestazioni per il diritto dei lavoratori di Amazon a sindacalizzarsi. Cosa tecnicamente legale nel paese del grande satana, ma gestita un po’ alla “se ti unisci al sindacato io ti licenzio in tronco”. 

Torniamo a Darla: l’esistenza di un account che esiste solo per parlare male dei sindacati nato nel momento della prima manifestazione pro-sindacato in Alabama è già sospetta, ma un utente ha scoperto di più. Esaminando la sua immagine di profilo, ecco che compaiono delle stranezze: artefatti grafici sui capelli, occhiali di una foggia diversa per lente sinistra e destra, un’orecchino a cui sembra mancare un pezzo… Darla non esiste, è stata creata tramite un sito di nome thispersondoesntexist.com (questapersonanonesiste.com) in cui un’IA può generare un volto umano del tutto nuovo mescolando e distorcendo foto reali. 

Darla è un Bot, un profilo automatizzato capace di interagire su una piattaforma social e postare contenuti originali. 

Altri profili intenti a lanciare messaggi simili sono stati scoperti di recente, alcuni dei quali con immagini di profilo che risultano nella prima pagina dei risultati se cerchiamo su google immagini “tizio bianco medio” (non scherzo). 

Ora, l’esistenza di “bot” e “profili falsi” non è una novità. Dai messaggi che capita ricevere con testi tipo “clicca qui per aprire immagini di sesso” alle centinaia di commenti sui post di Salvini che ripetono la stessa frase fatta lettera per lettera. I più interessati alla politica americana ricorderanno anche la paranoia dei democratici per i “troll russi” che avrebbero causato la sconfitta di Hilary Clinton. 

Tuttavia, la tecnologia è giunta a un punto in cui un profilo falso non deve per forza avere dietro una persona vera. È possibilissimo creare un profilo a cui viene detto “impara come scrivono gli esseri umani e poi parla di questo tema specifico in questa ottica”. Particolarmente facile su Twitter, dove i contenuti sono per forza di cose molto brevi. 

Questo impone una riflessione molto profonda sul nostro modo di vivere e comunicare. 

Quando iniziarono a girare i primi giornali, vi fu un enorme cambiamento nel modo in cui gli abitanti di una nazione si identificavano. Se prima milioni di compatrioti erano un concetto astratto, tramite i giornali si poteva vedere le foto di altre città, leggere le storie di altre persone. È così che è nata la prima “identità collettiva” nel mondo moderno. Non eravamo più limitati al nostro villaggio o alla nostra città, ma avevamo un contatto con persone che si trovavano in tutt’altra parte del paese. Per gli esseri umani una cosa esiste davvero soltanto quando un altro essere umano la riconosce, e di colpo milioni di altre persone hanno iniziato a esistere. 

Man mano che i media sono diventati più diffusi e capillari, questa identità collettiva è diventata più definita e intensa. I social media sono l’ultimo grande passo in questo processo: non solo possiamo leggere di altre persone, possiamo parlare AD altre persone, senza intermediari. Persone che altrimenti per noi non sarebbero mai esistite. 

E a questo punto, cosa succede al modo in cui percepiamo la nostra identità quando compagnie come Amazon possono inondare una piattaforma con migliaia, potenzialmente milioni di bot? Cosa succede alla nostra visione del mondo quando persone che a nostra insaputa non esistono ci dicono qualcosa? C’è una profonda differenza tra un messaggio su un giornale e un messaggio comunicatoci da un profilo che ha un volto e un nome. 

Questa è una realtà del mondo moderno. Spendendo 100 franchi potrei comprare migliaia di like per ogni mio articolo, facendo credere a tutti che io sia l’articolista più conosciuto e amato del cantone. Un politico può sembrare più popolare di quanto non sia, può far sembrare la sua base di sostenitori più eterogenea di quanto non sia. Un movimento estremista può pubblicare contenuti in grado di radicalizzare persone vulnerabili e pagare qualche migliaio di dollari affinché un esercito di bots li condivida per ogni angolo del web. È già successo, lo stato islamico ha usato tattiche simili per attirare un numero record di combattenti islamisti da Europa e Nordamerica. 

La conclusione? Abbiamo sempre pensato ai social come a un esercizio di libertà di parola, un modo innocente per condividere gattini e ricette con amici e parenti. Ma dobbiamo affrontare la realtà che politici e megacorporazioni criminali come Amazon hanno il potere e la capacità di influenzare pesantemente il discorso pubblico. Non pagando per fake news sui telegiornali, ma inserendosi nelle nostre conversazioni, chiamandoci per nome e commentando ciò che abbiamo appena detto. 

E la cosa più spaventosa? Non abbiamo nessun modo, legale o meno, per impedirlo. 

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