Jovan Divjak: il Giusto di Sarajevo

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Giovedì sera, all’età di 84, ci ha lasciato Jovan Divjak. Egli è stato il generale che difese quella Sarajevo assediata negli anni ’90, lo scrittore che in seguito ne raccolse le memorie e soprattutto l’uomo che prese per mano gli orfani di guerra, permettendo loro  un futuro migliore

Raccontare la vita di un uomo non è facile. Riassumerla in una manciata di paragrafi, cercando di coglierne le sfumature, le curve belle e brutte di quella montagna russa che è il vissuto di ciascuno di noi, è difficile. Ancor di più quando una persona la si è conosciuta solo tramite le parole degli altri. 

Jovan Divjak era una di queste per me. Un nome appuntato sulla lista di coloro da intervistare un giorno. Un giorno che non verrà mai, perché Divjak si è spento l’8 aprile 2021, a Sarajevo, capitale della Bosnia ed Erzegovina. 

Un uomo la cui vita, non solo si è intrecciata al destino di una città e della sua gente, ma ha danzato anche con la Storia, quella con la S maiuscola. Un uomo che ha vissuto in prima linea, nel coltivare la speranza nelle generazione future, prima ancora che al fronte, come militare e comandante. Un uomo, Jovan Divjak, che preferiva farsi chiamare zio piuttosto che generale. Un uomo, Jovan Divjak che potremmo definire di mondo, poco avvezzo alle categorizzazioni: serbo, croato, bosniaco o jugoslavo.

Divjak, che apriva gli orizzonti. Divjak, che costruiva la pace. Divjak, che andava oltre la retorica balcanica. 

Čika Jovo e i suoi nipoti

In questi giorni di lui si è scritto tanto. Molti, fra chi l’ha amato e stimato, lo ricordano come“il serbo che difese Sarajevo dai serbi “ o “il generale eroe jugoslavo”. 

Etichette però che gli stavano strette e da cui cercava di fuggire. Perché Jovan era soprattutto colui che fra le mani dei bimbi, non metteva bombe ma pennarelli. 

Perché, seppur vero che a renderlo celebre fu principalmente il ruolo ricoperto durante l’assedio di Sarajevo, l’ex generale, dalla fine della guerra fino alla sua morte, si è occupato  soprattutto dei più fragili: i bambini.

Orfani di genitori e di un Paese da ricostruire. E questo Divjak lo sapeva bene. Lui che la guerra l’aveva combattuta. Lui che mai si era scordato di quelle 1621 piccole vite spezzate durante un conflitto fratricida. 

E così, decise di fondare, nel 1994, l’associazione Obrazovanje Gradi BiH  (L’istruzione costruisce la Bosnia, di cui diviene direttore esecutivo), per cercare di aiutare i figli della guerra, dando loro un sostegno finanziario, psicologico, affettivo. 

Secondo il pensiero di Divjak la cultura e l’istruzione erano l’unica pomata in grado di risanare le cicatrici, l’unico ponte possibile per il dialogo fra etnie, l’unico olio da motore per risollevare la Bosnia.

E così Jovan, da essere l’uomo numero due dell’esercito Bosniaco (numero due perché Divjak era “pur sempre un serbo, come potevano fidarsi di lui al 100% i musulmani e croati?”) divenne il generale dei bambini, e poi semplicemente “Čika Jovo” (zio Jovo). Zio di tutti i bambini, anche rom ed ebrei, categorie spesso tralasciate e pesantemente discriminate dalla narrativa tossica dei nazionalismi balcanici. 

Cittadino di Sarajevo 

La figura di Divjak è strettamente legata a Sarajevo, teatro di una delle guerra più sporche che l’essere umano abbia mai concepito fino a quel momento. Ma il generale dei bambini non vi era nato. 

Jovan Divjak nasce a Belgrado, l’11 marzo 1937, da una famiglia di origini serbo-bosniache, o cristiano-ortodosse. Cresciuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Divjak fin da bambino conosce la povertà e la sofferenza, con la perdita del padre. Si arruola all’accademia militare, carriera sicura e anche abbastanza redditizia per un giovane della Jugoslavia socialista. 

Fin da subito il giovane si distingue per acume, forte disciplina ed audacia. Non era il suo mondo, lui che da piccolo voleva fare lo psicologo, ma nonostante questo, eccelle e frequenta anche la scuola per ufficiali dell’esercito francese a Parigi negli anni ’60. 

Trasferitosi poi a Sarajevo, nel 1984 fu nominato a capo della Difesa Territoriale. Un ruolo simbolico, una milizia di riserva, indipendente dagli altri rami e autonoma nell’addestramento e nell’organizzazione. 

Fra Divjak e la città bosniaca, fra Divjak e la sua gente, sarà subito amore. Tanto che, allo scoppio della guerra, il generale sceglierà di combattere per Sarajevo, il cuore simbolico e multietnico della Jugoslavia, invece che per Belgrado, testa e status quo del potere, divenuto totalitario, nazionalista.

E allora, lui, serbo combatterà al fianco a croati e bosgnacchi per quella città che non rappresentava solo una capitale, ma un ideale, che doveva essere domato, soppresso, conquistato. 

Nel 1991, la corte marziale lo condanna a 9 mesi di prigione, per aver esfiltrato armi e rifornimenti alla Difesa Territoriale bosniaca, dopo essersi reso conto che l’esercito jugoslavo (controllato da Milošević) armava – sottobanco – le milizie serbobosniache separatiste, pronte all’attacco. 

Divjak: il leale

A guerra conclusa, Divjak è un eroe per il popolo, ma non per le varie leadership al potere. Per Belgrado e la Serbia è un traditore, passato alle linee nemiche. Anche i musulmani e croati, pur avendo combattuto con l’ex generale, lo vedono di cattivo occhio, perché lo vedono come colui che ha tradito la sua gente. 

E quindi lo mettono alla porta. Divjak, convinto oppositore del nazionalismo, dà fastidio.

Mentre la classe politica bosniaca tenta di oscurare la sua figura, quella serba tenta di arrestarlo. Era il 2011 e, mentre si stava recando in Italia per un convegno, venne arrestato all’aeroporto di Vienna. È imputato dei fatti di via Dobrovoljačka, avvenuti nel maggio 1992, quando un convoglio dell’esercito jugoslavo in ritirata fu attaccato dall’esercito bosniaco, dopo aver tentato di occupare il centro storico della città. 

Ed è qui che venne in soccorso il popolo di Sarajevo che pagò la cauzione a Divjak (circa 500’000 euro) e a luglio dello stesso anno il tribunale austriaco riconobbe la mancanza di fondamento di ogni accusa di crimine di guerra e ne rifiutò l’estradizione, permettendogli così di rientrare in Bosnia. 

Spesso Divjak viene ancora definito un traditore, ma in quella guerra sporca, dove tutti hanno tradito, a partire dall’esercito e leadership jugoslava, fino ad arrivare ai caschi blu ONU, Divjak è quello che ha dimostrato più coerenza.

Lui che non ha tradito gli ideali di “fratellanza ed unità”. Lui, che ha lasciato il suo amore italiano per tornare a servire il suo paese. Lui che non ha tradito gli ideali militari, rifiutandosi di aggredire i civili inermi. Lui che infine non ha tradito la sua gente, quella di Sarajevo. 

Lui che ha combattuto per loro e lui che malgrado tutto è rimasto coerente, in quel conflitto dove, deve essere chiaro a tutti: il più pulito ha la rogna.

Per tutte queste ragioni oggi ricordo quell’uomo. 

E mi rimane un grande rimpianto: non averlo conosciuto. Non potermi sedere in una kafana con lui e chiacchierare.

Da giornalista a intervistato. O, più semplicemente, da bosniaco a bosniaca.

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