La censura, abolita oppure no?

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Qualche giorno fa, in Italia, è stata definitivamente abolita la censura cinematografica. Infatti c’era chi, esistevano ancora delle commissioni che potevano imporre il divieto assoluto d’uscita nelle sale cinematografiche a quelle pellicole ritenute troppo violente, blasfeme o esplicite dal punto di vista dei contenuti sessuali. Insomma, con l’attuale decreto, niente più modifiche o divieti imposti da chi guarda, giudica e, se va bene, suggerisce dove tagliare. 

Del resto la storia del cinema italiano è costellata di episodi che chiamano in causa la censura. La figura del censore, del giudice che imponeva il sequestro di questa o quella pellicola ha animato il dibattito culturale negli anni Settanta e Ottanta. Dalle denunce di tutti i film di Pier Paolo Pasolini fino all’episodio forse più celebre che portò al rogo di “Ultimo Tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, gli episodi non mancano. 

Nel caso del film con Marlon Brando e un panetto di burro protagonisti la censura avviò un procedimento penale accusando l’opera di essere “esasperato pansessualismo fine a se stesso” che sfociò nella distruzione fisica dei negativi del film. Ma, nel corso dei decenni, dal dopoguerra a oggi, sotto la scure dei censori ci sono finiti anche film come “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti o “Il pap’occhio” di Renzo Arbore che venne sequestrato con l’accusa di vilipendio.  

E perfino contro i film approvati dall’apposita commissione censoria, in molti casi ci furono magistrati, singoli cittadini o associazioni che, appellandosi al codice penale, riuscirono a ottenere il sequestro di quelle opere a loro avviso reputate indecenti. Bastava che qualcuno avesse “le balle in giostra” e un giudice particolarmente zelante. Di fronte a un capolavoro ma anche a molto meno, quel disappunto finiva per incenerire il lavoro di chi aveva solo cercato di esprimersi attraverso la settima arte. 

Insomma, la lista dei film denunciati per offesa alla morale che si videro in un qualche modo ostacolati o bloccati dalla censura include anche delle perle non trascurabili. Ci furono: “Mamma Roma”, “Teorema”, “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini, “Blow-up” di Michelangelo Antonioni, “La grande abbuffata” di Marco Ferreri, “Novecento” di Bernardo Bertolucci, “Il portiere di notte” e “Al di là del bene e del male” di Liliana Cavani. Giusto per ricordarne qualcuno.

Lo Stato non potrà più intervenire sulla libertà degli artisti”, ha dichiarato con una certa soddisfazione il ministro della cultura Dario Franceschini. Sarà anche vero, ma questo non vuol dire però che la censura abbia finito di esistere. O sia svanita nel nulla. Anzi. È vero casomai il contrario. Soprattutto se pensiamo alla dittatura del politicamente corretto capace di far scomparire Maometto dalla Divina Commedia e dall’Inferno di Dante pur di non offendere gli islamici. 

Oggi più che mai viviamo nell’epoca della “cancel culture”. Un’espressione anglosassone che vuol dire tante cose e che, tra le tante forme in cui si esprime, sta a indicare anche quel fenomeno tipico di internet e dei social che si verifica quando un gruppo sempre crescente di utenti decide in massa di cancellare un personaggio famoso che ha fatto o detto qualcosa di sconveniente, sbagliato o grave. Da Woody Allen a “Via col vento”, le vittime di questa potente e nuova forma di censura, ovviamente non solo in ambito cinematografico, sono lì da vedere. Così forse la censura si è soltanto fatta più sofisticata. 

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