La generazione dei senza

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Chi appartiene alla Generazione Z, cresciuto, se non addirittura nato, di fronte ad uno schermo, abile nell’uso della tecnologia e dei social media che hanno inciso – e non poco – nel modo di socializzare, sono stati definiti come “la generazione dei senza”. A esserne convinto è il filosofo Umberto Galimberti. Senza lavoro. Senza casa. Senza famiglia. Senza politica. Una generazione che è il frutto di un mondo votato all’efficienza e alla produttività.

Un giudizio in linea con l’analisi fatta da Zygmunt Bauman, un altro grande pensatore che per definire il nostro tempo ha coniato il termine di società liquida. Così c’è davvero poco da stupirsi se le conclusioni a cui giunge Galimberti siano queste. Bauman, tra l’altro, nei suoi libri sostiene che l’incertezza dell’uomo contemporaneo è dovuta alla mutazione sociale che ci ha trasformato, da produttori, in consumatori. 

Perché se non consumi non sei, non ti senti protagonista. In particolare, per Bauman esiste un legame tra il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e l’industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle inclinazioni della massa per non sentirsi esclusi.

Allo stesso mondo, con sguardo lucido e impietoso, Galimberti di fronte alle difficoltà incontrate dai giovani che s’interfacciano con il mondo del lavoro afferma che “è finita l’età umanistica, quando l’uomo era il soggetto della storia e gli strumenti che utilizzava per il suo lavoro erano solo i mezzi.” Nel frattempo qualcosa è davvero cambiato.

Nell’epoca della tecnica, l’uomo non è più il protagonista del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni decise e stabilite attenendosi a un preciso protocollo tecnico, rispettando criteri quali efficienza e produttività. Ormai diventati valori assoluti. La richiesta, neppure così velata, è perciò quella di farsi macchina. Di farsi il più possibile simile a essa. Una gara impari e già persa in partenza. 

Il computer – così come fa notare Umberto Galimberti – non si assenta dal posto di lavoro, non prende ferie, non si ammala, non va in depressione come talvolta capita agli umani, non si demotiva, non si distrae, non è turbato da sentimenti o problemi familiari, non cerca la propria autorealizzazione”. E quello del lavoro è un punto centrale, perché il lavoro è diventato l’unico indicatore della nostra riconoscibilità sociale. 

Le persone si relazionano unicamente in funzione all’attività e al ruolo che svolgono nei loro apparati lavorativi. Vali solo se produci e tanto, vali solo se non ti perdi in considerazioni emotive, in pensieri altri che non siano la produzione di soldi. Di valore spendibile. E come afferma il filosofo: “Il valore del denaro è assunto a unico generatore simbolico di tutti i valori.”

 “L’arte è tale – continua Galimberti – solo se entra nel mercato, la cultura è apprezzata se vende, la parola data può essere rinnegata se non è più conveniente e anche il mondo delle relazioni è coltivato solo se garantisce un qualche vantaggio economico o di prestigio, persino quando entriamo in un negozio la gentilezza che ci accoglie non è riservata a noi, ma a quanto possiamo spendere”. E così “la generazione dei senza” è il segno tangibile di un modello economico e sociale disumano e per questo assolutamente fallimentare.  

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