La moda passa dalla Fashion Revolution

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Si chiude oggi la settimana della Fashion Revolution Week 2021. Già. Ma c’era proprio bisogno di un’altra settimana della moda? Non bastavano quelle del prêt-à-porter e dell’alta moda spalmate fra Parigi, Milano e Dio solo sa dove? La risposta è sì, perché come si legge sul sito web dell’associazione Fashion Revolution: “La moda è una forza importante, di cui tenere conto nella nostra società. Può suscitare emozioni, provocare, guidare, affascinare.” E quanti di noi sanno davvero chi ha fatto i vestiti che abbiamo nell’armadio?

Così, invece d’ignorarla, di far finta che non esista o che sia il diavolo, di pretendere di essere superiori o diversi, è giunto il momento di affrontare la moda a viso aperto. È davvero arrivato il momento di afferrare il toro per le corna e fargli capire una volta per tutti chi comanda. Per far sì che la moda non sia più soltanto la punta dell’iceberg di una società malata di tardo capitalismo liberista c’è bisogno di una rivoluzione. È necessaria per cambiare davvero le cose. “Siamo coloro che indossano i vestiti, ma siamo anche coloro che li fanno.”, è  – non a caso – il motto del movimento.

Fashion Revolution sostiene ormai da anni una campagna pubblica per chiedere maggiore trasparenza al mondo della moda dove, ancora oggi, milioni di poveracci in tutto il mondo lavorano spesso come schiavi in condizioni disumane per creare i vestiti che indossiamo. Uomini e donne che per pochi soldi mettono a repentaglio la loro vita o addirittura muoiono di lavoro. Come accadde il 24 aprile 2013 quando 1133 persone perirono e molte altre furono ferite quando il complesso produttivo di Rana Plaza, in Bangladesh, crollò.

Fashion Revolution nel corso della settimana che si chiude oggi ha incoraggiato tutti noi consumatori a fare una cosa semplice semplice, a interrogare più di sessanta grandi marchi di abbigliamento per sapere da loro in maniera chiara – e pubblicamente – chi sono le figure coinvolte nel processo produttivo delle loro catene industriali a livello globale. Contattando direttamente i brand, con una email o attraverso i moduli di contatto presenti sui siti Internet dell’associazione, oppure taggando i grandi marchi della moda sui social, utilizzando l’hashtag #WhoMadeMyFabric.

Il silenzio, la nebbia che ammanta l’industria tessile e manifatturiera permette l’esistenza di un limbo nel quale le aziende produttrici a livello globale hanno ampi margini di sfruttamento dei lavoratori, a cui si aggiungono la scarsa sicurezza e i danni ambientali causati, per esempio, con i prodotti chimici utilizzati. Sfruttamento e abuso dei diritti umani, in concerie e laboratori clandestini, ma anche in piantagioni e negli allevamenti intensivi di tutto il mondo che forniscono materie prime alla grande industria della moda non sono più tollerabili. È giunto il momento di scoperchiare una volta per tutte il vaso di Pandora. La rivoluzione è appena cominciata.  

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