La prova del capuns

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Orbene, stasera Sabrina ed io abbiamo cenato in albergo, qui a Vals, nella Lumnezia.

Arriva la carta e, come al solito, ognuno tuffa il naso nel proprio menu e tacciamo per diversi minuti. Poi, come al solito , lei fa: “cos’hai visto?” Io accenno a un antipasto ma subito mi interrompe: “non ho mai assaggiato i capuns”.

Per citare Gaber io ho avuto un sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale, che a giusta ragione può essere anche chiamato “paura”. Sì perché io invece, i capuns li avevo già assaggiati una quindicina di anni fa e li avevo digeriti da poco.

Ma come si fa a deludere la splendida compagna di una splendida giornata? Quindi no problem: antipastino leggero e capuns per due, vai!

Arrivano due piatti contenenti quelli che sembrano quattro innocui involtini di verza che galleggiano in un brodino. Sì perché il capuns è infido: si mimetizza per indurre la sottovalutazione. Appena intingi le posate ti rendi però conto del grave errore:

A) il capuns NON galleggia. Come gli iceberg ne emerge solo un terzo, i restanti due poggiano pesantemente sul fondo del piatto.

B ) l’”innocuo involtino” è uno gnocco di soli farina e uova (che noi le patate le lasciamo a quelli della Weight Watchers) della massa pari o maggiore di quella di un buco nero di medie dimensioni, bollito nel latte.

C) il “brodino” è un misto di panna intera, burro dell’alpe fuso, brodo di manzo, cipolle e formaggio che potrebbe uccidere un toro a colpi di colesterolo.

Si narra che il nome capuns sia onomatopeicamente tratto dal suono che fa chi crolla a suolo dopo averne mangiati troppi: Kah-puns! D’altro canto è pericolosissimo anche non finire la propria porzione: la massa del capuns è infatti tale da attrarre lo sventurato commensale e fagocitarlo, facendolo passare in uno schiocco di dita da divoratore a divorato. E non è l’unico modo in cui il capuns può essere mortale.

Secondo la leggenda infatti non sarebbero nemmeno nati come pietanza. Si racconta che durante una delle guerre condotte dalla Lega Grigia, i federati terminarono il piombo per i proiettili delle spingarde, e fu chiesto alle donne di ideare un composto che potesse essere utilizzato all’uopo. Le valorose figlie della Rezia avevano poco con cui lavorare, ed utilizzarono quello. Inutile dire che i Nostri vinsero la guerra a mani basse. Così sarebbe nato quello che stasera abbiamo ingurgitato.

Ora: io sono tutto fuorché un salutista, e di certo non mi spaventano le sfide gastronomiche. Ma vi dico questo: mai più.

Quattro capuns sfiorano il sovrumano. Buonissimi, per carità, ma già a metà del primo cercavo il cane Timmi (che abbiamo lasciato a casa) per vedere se riuscivo a sfangarla. Al secondo ho avuto la tentazione di distrarre Sabrina che tutta sorridente, così minuta com’è, mangiucchiava beata e felice col solito sguardo angelico, e buttargliene uno nel piatto. Al terzo sono sopraggiunte le visioni: lo Gnu di Washington che gridava “mangia, mangia!”, il parroco del paese di quando ero piccolo che mi elencava i miei peccati, e Daniela Goggi che cantava “A ZigoZago c’era un mago con la faccia blu”.

Al quarto capuns, l’estasi, quella quasi completa perdita di coscienza che ti eleva da oscuro mortale a semidio, a Uomo Vero, a eroe. Ho sconfitto i capuns.

Guardo Sabrina che sorride, accenna al suo piatto vuoto e fa: dessertino?  

Ps: comunque questa era la parte facile: ora arriva quella difficile, la digestione. Se sopravvivo domani vi saprò dire.

Gino Ceschina

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