L’autista Amazon fa pipì guidando

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Il CEO di Amazon Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha presumibilmente deglutito di traverso una nota postata sul blog della sua mitica azienda ispirata dal moto perpetuo. 

Il deputato del partito democratico Marc Pokan, all’invero un impiccione, aveva puntato il dito contro il colosso dei colossi denunciando che i suoi autisti erano spesso costretti a urinare in comode bottiglie di plastica pur di non rallentare il serratissimo ritmo nelle consegne.

Al diavolo quel Pokan e che le prossime consegne siano sfigatissime, un pacco fatto a brandelli dal suo cane, uno scatolone piallato da una grandinata, un plico tagliuzzato da una motofalciatrice.

Che cacchio di iniziativa quella dell’ invadente membro del Congresso che si era permesso, giorni fa, di sbaragliare con un inopportuno tweet il prestigio di una super realtà che viaggia a mille:  “Retribuire i dipendenti con 15 dollari l’ora non vuol dire che si tratti di un posto di lavoro all’avanguardia, soprattutto se li costringi a fare la pipì nelle bottiglie di plastica”

La società di Bezos ha dapprima respinto, con indignazione ben impacchettata in una smorfia di fastidio, le deliranti e urinanti affermazioni di Marc il Ficcanaso ma alla fine, messa alle strette, ha confessato una certa liquida responsabilità, commentando a denti serrati che l’aver negato poteva essere stato anche un “autogol”.

La replica è ben argomentata, con una punta di pragmatismo e con una manciatina di malinconica contrizione: “Sappiamo che a volte i nostri guidatori possono avere problemi nel trovare la toilette a causa del traffico o a volte perché percorrono strade in zone rurali, e questo specialmente nel periodo della pandemia quando molti bagni pubblici sono stati chiusi”.

Ammazza, il mezzo di Amazon, furgoncino e furgone che sia, non può e non deve fermarsi mai, piroettante e zigzagante a manetta, sbuffante e lanciato a pieno regime: il piede sull’acceleratore e il pisello, quando proprio scappa, infilato nello stretto collo che il sindacato potrebbe rivendicare un pò più ampio, aprendo le trattative per una brocca, una caraffa , un boccale o una damigiana, quest’ultima per i recapiti a lunghissima gittata.

Per diventare ricchi, è risaputo, non è sufficiente avere il bernoccolo del buon imprenditore poiché bisogna saper scegliere dal mazzo i collaboratori più dinamici e gli operatori più fantasiosi.

Jeff Bezos, già nell’anno 1997, era solito ripetere una portentosa frase ai suo azionisti e  ai suoi più fedeli collaboratori ,tutti in genere avvezzi a farla in tazza grande: 

” In un’altra compagnia puoi lavorare a lungo, puoi lavorare sodo o essere intelligente, ma ad Amazon devi essere tutte e tre le cose.”

Solo così si può realizzare l’immane sogno che ti permette di diventare il vero schiacciasassi del web, sino a imprimere il tuo marchio sulle chiappe del globo.

“Non è facile lavorare qui : alzare l’asticella nel nostro approccio di assunzione sarà sempre l’elemento maggiore nel successo di Amazon”.

E Jeff confeziona pillole di saggezza osservando con il binocolo le torme dei suoi dipendenti stupendamente coordinati alla catena di montaggio, stampigliati nei ritmi incessanti e calmierati come è giusto che sia nella iniqua richiesta di pause o di brevi intervalli.

E sia chiara una cosa: se la pipì si può imbottigliare che a qualcuno non venga in mente di campare la stupida e irrilevante esigenza della popò, che in Amazon non si può, senza blablà o però. 

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