Lugano come Fort Apache

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“Se questo è perdere fateci perdere sempre così”, questa la trionfale frase che resterà nella storia, pronunciata da Boris Bignasca dopo i risultati di Lugano. 

E in questo sembra uno di quegli imperatori bizantini, con l’impero romano ridotto alla città di Costantinopoli assediata dai mongoli. Insomma, un nobile decaduto che ignorando quello che gli succede intorno gioisce dei fasti di una città, anch’essa in decadenza.

Lugano si rivela una sorta di Fort Apache per la lega, che ha qui il suo feudo storico, una vecchia signora che rivive di memorie e malinconie, di quando la lega “era un’altra cosa”. Ma la fuori, nel deserto, tra l’ululato dei coyote, i cespugli di chaparral e i saguari, la notte cala sui cadaveri irti di frecce di 9 seggi persi in tutto il Ticino. 9 scalpi leghisti che vanno ad ornare le tende soprattutto di liberali e sinistra. I Leghisti però riescono, come Fiorenzo Dadò, a inventarsi una serie di scuse e particolarismi per giustificare un emorragia che è ormai in corso da tempo. Un classico post elezioni, che vede sempre una narrazione positiva anche di fronte alla bara del partito.


È comunque inutile fingere. Questi 9 corpi mutilati dagli apache, si aggiungono ai quattro già persi in Gran Consiglio nel 2019. (leggi qui sotto)


Era l’aprile di due anni fa, quando uno sconfortato capogruppo, Daniele Caverzasio non nascondeva il suo cordoglio estrinsecandolo ai media: “Abbiamo perso. Siamo quelli che ne sono usciti peggio.”

Ignorando il quadro globale, a Lugano si gioisce, mentre nel resto del Ticino la lega, a parte squisite eccezioni, perde frammenti come la facciata scrostata di un palazzo d’epoca. D’altronde, come avevamo già scritto solo a marzo di quest’anno, i segnali erano molteplici, in primis il declino del periodico leghista, il Mattino della domenica: 

“… si capisce il declino del Mattino della Domenica, che è diventato un’operazione sempre più fedele a se stessa, piena di K e di $, che sta nauseando anche il popolo leghista, che perde copie come i fiori i ciliegi in via Beltramina e che rimane a ingolfare quelle cassette verdi che decenni fa erano sempre vuote.” (leggi qui sotto)


Ma parliamo anche dell’olocausto PPD, che più che una sconfitta sembra il sacrificio di Isacco al signore Dio suo. Eroico lo sforzo di Fiorenzo Dadò, per cercare di convincere i suoi che quello di domenica non è stato un bagno di sangue. Dadò ha dichiarato alla RSI:


“Ci sono stati dei comuni nel Mendrisiotto, in Leventina e nel Luganese nei quali il nostro partito ha avuto un successo strepitoso. A Lugano abbiamo addirittura aumentato le schede. Questi aspetti bisogna comunque saperli mettere in evidenza”


Apprezziamo lo sforzo titanico di un presidente che nonostante la morte nel cuore, deve cercare di far credere a quei 4 idealisti rimasti che in fondo anche se sono morti tutti, oggi è una bella giornata. Quello del PPD, sembra ormai un coma irreversibile, che mantiene in vita il nonno solo con i macchinari. Una sequenza in calo che prosegue da anni e in cui la linea discendente del grafico sembra il tratto finale della pista di Kitzbuhel. 

Dadò esorta i suoi a ricominciare “dal territorio”, parole che suonano vuote e che ricordano i bei tempi del galoppinaggio PPD, dove i popolari democratici erano maestri nel capillare porta a porte e dove dai ricoveri per anziani partivano le file di volontari che accompagnavano vetusti votanti alla canna del gas ma ancora in grado di reggere una penna.

Infine, la fotografia di quello che ci rimane è un Ticino molto meno PPD, meno leghista e più liberale e di sinistra. Un dato di fatto che cambia e non di poco gli equilibri del Cantone.

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