Malika, vittima e carnefice

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Malika Chalhy, lesbica, viene cacciata di casa e insultata dalla madre: “Meglio una figlia drogata che lesbica”. Malika però in passato era tra i primi intolleranti e aveva esternato a più riprese il suo astio per immigrati e Rom e i “finti moralisti e buonisti”.

Una storia amara due volte, perché da un lato vediamo la denuncia di Malika, ragazza lesbica di 22 anni, abitante di Castel Fiorentino ( in provincia di Firenze), che rimane vittima di un odio vergognoso da parte della famiglia. Cacciata di casa, minacciata di morte e insultata dai genitori.

Malika fa coming out con la famiglia a gennaio di quest’anno. Qui di seguito solo parte del campionario dei messaggi mandatigli dalla madre:

“Sei uno schifo, lesbica, se ti vedo t’ammazzo. Non mi portare a casa quella p*****a perché le taglio la gola, sei la rovina della nostra famiglia.Ti auguro un tumore, sei la rovina della famiglia, meglio una figlia drogata che lesbica”.

Diciamolo sinceramente, nessuno si merita di essere trattata così dalla propria madre solo per il proprio orientamento sessuale. Malika ha denunciato entrambi i genitori, ha dovuto andare a casa coi carabinieri per recuperare le proprie cose, mentre nel frattempo la famiglia aveva cambiato la serratura di casa.

“So di non avere fatto niente di male, non mi vergogno per ciò che sono. Non c’è niente di male ad amare qualcuno, a prescindere dal sesso o da qualsiasi altro fattore. Nell’amore non ci sarà mai nulla di male. Non sono io a non essere normale, “non normale” è picchiare un figlio, è impedirgli di esprimere se stesso liberamente, è maltrattare qualcuno sulla base della sua preferenza sessuale. Io non sento di avere sbagliato qualcosa…”

Belle le parole di Malika, giuste e sacrosante. Eppure Malika ha un passato recente d’odio serio verso altre persone, che ha espresso sui social. Persone che hanno diritto anche loro di amare, di vivere, di essere libere e di non essere tormentate.

“Chiudiamo i campi rom”, diceva la ragazza.

E parlando dei migranti da 35 euro al giorno Malika lamentava che avevano “wi-fi, cellulari nuovi, abbonamenti a internet, chiamate e messaggi, case, campi da calcetto, biciclette”. Si indignava del fatto che Fabrizio Corona fosse agli arresti mentre i “veri” criminali erano a piede libero: “Non facciamoci intimidire dai finti moralisti e buonisti”. Un canestro della peggior retorica leghista e qualunquista.

È un’ipocrita Malika? Non necessariamente. Malika è piuttosto vittima due volte, prima di una famiglia violenta e priva di valori che non è riuscita a trasmettere, e poi per l’incapacità di capire che la propria sofferenza è quella che patiscono anche altre persone, e che la persecuzione colpisce spessissimo in modo uguale lesbiche, gay, transessuali, Rom, immigrati, persone di colore. 

Che là fuori c’è un mostro che anche lei ha alimentato, di odio e indifferenza, di semplificazione e povertà mentale. Perché è solo immedesimandoci nelle sofferenze altrui che capiamo queste cose.

La speranza, per assurdo, che questa sofferenza di Malika sia servita a farla crescere, a farle vedere il mondo con occhi diversi. A capire che Fabrizio Corona è un povero disgraziato, e che le persone che vengono emarginate hanno molte più cose in comune di quello che pensiamo. Che il “per me è diverso” è solo una squallida scusa autoassolutoria.

Quello che rimangono sempre sono il dolore, l’esclusione, il male che ti perseguita e che ti si infiltra nell’anima rendendola più grigia ogni giorno.

Per questo non condanno nemmeno la famiglia di Malika, che è anch’essa vittima, in fondo, di un degrado morale e probabilmente anche sociale, dove l’odio per l’altro è l’unico sfogo possibile per trovare un senso alla propria miseria, che sia essa economica o morale.

Karl Kraus, fervente antinazista austriaco, oltre che romanziere e autore satirico scrisse: “La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero.”

Un pensiero che permetta a Malika e agli altri, di trovare la serenità con se stessi e nei confronti degli altri.

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