Massimo Suter à la carte

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Una settimana fa, nella Svizzera italiana, dopo mesi di chiusura forzata dei ristoranti a causa della pandemia, è arrivato finalmente il permesso di riaprire almeno le terrazze, anche se non tutti gli esercizi pubblici ne hanno una. Così solo i ristoratori più fortunati hanno potuto rimettersi ai fornelli. Per chi ha potuto riaccendere i motori, complice il bel tempo, gli affari tutto sommato non sono andati poi così male. Ma come in ogni favola degna di questo nome non poteva mancare l’orco o, come in questo caso, il Calimero di turno.

Nel nostro caso a impersonare al meglio questo ruolo è stato senz’ombra di dubbio Massimo Suter, il presidente di GastroTicino, l’associazione mantello della ristorazione ticinese. L’uomo immagine e il portavoce della lobby che raggruppa alberghi, ristorati e bar del Cantone, favorito nel compito dal megafono offertogli dai media locali, non se n’è stato zitto. Anzi. Di fronte agli assembramenti a orario aperitivo e a una certa insubordinazione alle regole, lui, con o senza codino, non ha dubbi. 

È tutta colpa di Berna che non ha saputo gestire adeguatamente la crisi sanitaria. “I clienti – è convinto Suter – sono stufi. Sta fermentando una piccola rivolta civile nei confronti di queste regole assurde, applicate praticamente solo alla ristorazione. Non biasimo nemmeno il ristoratore. È un messaggio chiaro da parte della popolazione nei confronti del mondo politico e scientifico, che continua imperterrito a martellare il nostro settore con misure e divieti”.

La rivolta. Sta fermentando, certo. Come il vino o meglio ancora la grappa che è ben più alcolica del nettare di Bacco. È questo il “distillato” del pensiero di chi rappresenta coloro che guadagnano dalla mescita di alcol. Ed è anche con l’alcol che a GastroTicino si fanno gli affari. Dalla mescita di birra e dalle bottiglie di vino vendute. Alcol il cui effetto inebriante – per alcuni addirittura antidepressivo – più spesso di quanto si creda può tramutarsi in una dipendenza bella e buona. Del resto mica tutti coloro che aprono un ristorante lo fanno per rendere il mondo un posto migliore o per il piacere di viver bene e condividere con gli altri questo piacere.

L’obiettivo, la leva o il grimaldello è solo e semplicemente quello del soldo. Del guadagno. Del Porsche Cayenne a fine anno. E devono girare non poco le balle a tutti coloro che invece di contare i biglietti da mille a fine serata ora si ritrovano a contare solo le bollette da pagare a fine mese. Eppure anche a chi ha intrapreso la via della ristorazione, credendo di avere tra le mani un’inesauribile gallina dalle uova d’oro, tocca seguire e rispettare le indicazioni che arrivano da Berna. Lo hanno fatto musei, cinema e teatri. Lo facciano anche gli amici del boccalino.

Magari senza lanciare molotov e incendiare il dibattito con inutili provocazioni da prima asilo, come quella del cavalier Suter che, lancia in resta, di fronte al tema “giovani e assembramenti” s’è così espresso, bontà sua: “È il raccolto di ciò che si è seminato. Hanno obbligato la popolazione a mangiare e bere in piedi, in mezzo alla strada come degli incivili. Adesso ci si è abituati. A ogni azione c’è sempre una reazione. Se avessimo aperto i ristoranti prima, magari già sotto Pasqua, avremmo potuto occuparci noi della gestione degli spazi pubblici. Non ce l’hanno permesso. Ora se la vedano loro”. Già, ma loro chi, caro Massimo?

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