Myanmar e la protesta insanguinata

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La lista dei morti s’allunga ogni giorno un po’ di più e, in segno di protesta, c’è chi ha tinteggiato le strade di rosso per ricordare che il sangue versato nel corso delle proteste non si è ancora seccato. In Myanmar, a tutt’oggi, sono ormai più di 600 le vittime della repressione portata avanti dall’esercito di fronte alle proteste della popolazione per il colpo di stato messo a segno dall’esercito a inizio febbraio. Sono 3’500 le persone arrestate. E a poco o nulla sono finora servite le condanne e le voci critiche giunte dall’Occidente che, in coro, hanno chiesto la restaurazione del legittimo governo di Aung Suu Kyi, minacciando sanzioni e perfino un possibile embargo internazionale.

Il segretario di Stato Antony Blinken, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “sconvolti dal bagno di sangue”, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres si è detto “profondamente scioccato”. “Condanniamo l’uso della forza contro persone disarmate da parte dell’esercito birmano e dei servizi di sicurezza associati. Un esercito degno di questo nome segue le regole di condotta internazionale ed è sua responsabilità proteggere, non colpire a morte il popolo”, si leggeva la scorsa settimana in un comunicato congiunto firmato dai capi di Stato maggiore di Stati Uniti, Canada, Germania, Italia, Regno Unito, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. 

Ed è proprio la scorsa settimana che la repressione delle proteste di piazza contro il potere militare si è fatta più feroce e sanguinosa con più di cento morti (leggi qui) tra i quali ci sono stati anche sei minorenni d’età compresa tra i 6 e i 16 anni. Così, quello che inizialmente sembrava essere un colpo di stato anacronistico e destinato a spegnersi nel giro di poco tempo, si è invece trasformato in una vera e propria mattanza con gesti di crudeltà senza precedenti. Il regime militare è arrivato perfino a sparare ai funerali delle vittime. Mentre amici e familiari erano riuniti per dare l’estremo saluto a uno studente di appena vent’anni, l’esercito è arrivato all’improvviso e ha iniziato a sparare. In un villaggio, i soldati hanno bruciato vivo un uomo. Una giovane infermiera è stata colpita alla testa e uccisa mentre stava portando soccorso ai feriti. 

I soldati hanno addirittura lanciato granate contro i manifestanti. Ma le atrocità fin qui commesse vanno ben oltre a ciò che è successo negli ultimi quindici giorni. E le scene dell’esercito che spara sulla folla di manifestanti ci riportano a mille altri episodi in cui la democrazia, la voce del popolo è stata zittita, soffocata col piombo. Dal Vietnam alla Siria, di guerre che hanno lasciato dietro di sé soltanto traumi e macerie, ne abbiamo contate e vissute parecchie. E, purtroppo, quanto sta succedendo in Myanmar, un tempo nota anche come Birmania, somiglia sempre di più all’avvio di una guerra civile. Una guerra nella quale a perire saranno soprattutto vecchi, donne e bambini. E ancora una volta tutto questo accadrà nell’indifferenza generale del resto del mondo. Così com’è accaduto in passato e presto accadrà di nuovo. 

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