Myanmar: una democrazia mai esistita

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Secondo quanto riferisce l’organizzazione per i diritti umani e l’Association for Political Prisoners, in Myanmar il colpo di Stato del generale Min Aung Hlaing ha causato, ad oggi, 550 vittime tra cui 44 bambini, oltre ad aver gettato in carcere 3’000 oppositori.

Venerdì 26 marzo, alla vigilia della festa delle forze armate, Tatmadaw, il generale artefice del golpe, aveva dichiarato di voler “salvaguardare la democrazia” minacciando i manifestanti che se fossero scesi in piazza sarebbero stati uccisi con un colpo alla testa. La minaccia si è materializzata nelle ore successive con una brutalità primitiva, quando la festa di Tatmadaw si è trasformata nel giorno dell’orrore e della vergogna.

Alla parata militare erano presenti le delegazioni diplomatiche di soli otto Paesi, tra cui Cina e Russia. Mentre i militari sparavano contro i manifestanti disarmati, il generale assassino Hlaing prometteva il ripristino della democrazia.

All’indomani del giorno più sanguinoso dal colpo di Stato, con oltre 100 uccisi fra cui una bimba di 13 anni e una di cinque, l’Unione Europea condannava “l’inaccettabile escalation di violenza”, mentre gli Stati Uniti si dicevano inorriditi, e con loro i ministri della Difesa di 12 Paesi firmavano una dichiarazione in cui sollecitavano le forze armate birmane a fermare la violenza, aggiungendo “un esercito professionale esegue regole di condotta internazionale ed è sua responsabilità proteggere, e non colpire, il popolo che serve”.

Il 1° aprile il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, all’unanimità ma con toni vellutati, ha condannato le violenze perpetrate dai militari contro i manifestanti; la Cina, con il suo diritto di veto, aveva impedito che il tono della dichiarazione fosse troppo aspro.

Secondo Irrawddy, giornale pubblicato dagli esuli birmani che vivono in Thailandia, le autorità cinesi, temendo per i propri interessi commerciali e strategici, avrebbero chiesto alla giunta militare di proteggere le condotte di petrolio e gas che collegano i due Paesi, sovvenzionate da capitali cinesi nell’ambito della Belt And Road Initiative (la nuova via della seta). Le preoccupazioni cinesi sono cresciute dopo che le milizie etniche nello Stato Shan, dove passano gasdotti e oleodotti, hanno minacciato di unirsi alla rivolta pro-democrazia.

Il colpo di Stato è avvenuto il 1° febbraio scorso, giorno in cui il parlamento del Myanmar avrebbe dovuto riunirsi per la prima volta dopo le elezioni di novembre 2020, vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), partito di Aung San Suu Kyi con l’83% dei voti. Elezioni ritenute non valide dai vertici militari che accusano brogli e irregolarità, ma che in realtà nascono dallo scontento per la sconfitta dei militari dell’USPD*. 

Già nel 1962 il governo democratico birmano venne rovesciato da un colpo di stato militare che ha poi governato il Paese per 50 anni; solo nel 2011 è cominciato un lento e complicato processo di transazione verso la democrazia con lo scioglimento della giunta militare, la liberazione di molti dissidenti, fra cui San Suu Kyi, e l’insediamento di una giunta civile.

La Costituzione del Paese, approvata nel 2008 e scritta sotto il controllo dei militari, sancisce il diritto dell’esercito di scegliere tre ministri (Difesa, Interni e Confine) e la nomina del 25% dei deputati in parlamento. La Costituzione stabilisce, inoltre, il potere della giunta militare di indire lo Stato di emergenza dopo aver consultato il Consiglio di sicurezza e la Difesa nazionale, il tutto controllato dai vertici militari.

Dopo la vittoria della NLD nel 2016, in collaborazione e sotto tutela dei militari, si insedia San Suu Kyi, nuova leader ma solo di nome, mentre di fatto i militari ne hanno fatto un capro espiatorio; come per la feroce repressione della minoranza Rohingya, firmata dalla discussa premio Nobel. San Suu Kyi si era illusa di poter ridurre la prepotenza dei militari e le loro atrocità; ma oggi nonostante l’importante affermazione elettorale dello scorso novembre, San Suu Kyi e tutti i dirigenti del suo partito si trovano agli arresti con imputazioni incredibili e grottesche, come l’importazione illegale di Walkie Talkie, oppure l’incriminazione per aver rivelato un segreto di Stato risalente all’epoca coloniale birmana. Solo per questa imputazione San Suu Kyi rischia 14 anni di carcere.

A sentire i golpisti e militari, l’istituzione dello Stato di emergenza e relativo trasferimento di tutti i poteri nelle mani del generale Min Aung Hlaing durerà un anno, al termine del quale si terranno “libere elezioni”. Ci permettiamo di dubitarne seriamente.

*Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo.

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