Processo a Minneapolis: “guilty”

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Colpevole, una parola non scontata nel processo che ha visto la condanna di Derek Chauvin, quello che una giuria ha stabilito essere l’assassino di George Floyd.

Se i video e le testimonianze davano poco spazio alla fantasia, è pur vero che un sistema giudiziario che nei decenni passati è stato garantista nei confronti dei bianchi e dei poliziotti, poteva lasciare dei dubbi su un equo giudizio.

Una cosa importante però scaturisce da questo processo, in cui l’agente Chauvin ha ucciso, premendo il ginocchio sul collo per nove minuti, George Floyd (leggi qui sotto).


Ed è un senso di giustizia. Nonostante le pressioni popolari, soprattutto del movimento “Black Lives Matter”, la sensazione è che l’America abbia tratto un sospiro di sollievo e che quello che è avvenuto è un atto di palese giustizia, nulla di più, nulla di meno. Non vendetta, ma giustizia. 

Perché se è vero che la polizia deve fare il proprio lavoro e che persegua i criminali, è anche vero che il governo deve essere garante della polizia e dei suoi atti nei confronti dei cittadini.

George Floyd, pedina nera in una scacchiera immensa, morto per un biglietto falso da 20 dollari non c’è più, fagocitato da quel tritacarne statunitense che ha il suo peccato originale in una nazione talmente armata da creare probabilmente la paura automatica negli agenti che fermano qualcuno. Anche questo è un tassello da tenere in considerazione.

Se ogni fermato può avere legalmente in auto una pistola o un fucile a pompa, fare il tuo lavoro diventa più difficile ed è comprensibile che in casi al limite è facile che ci scappi il morto, per paura o troppo nervosismo, come pochi giorni fa a Chicago, con l’uccisione di un tredicenne ispanico che aveva gettato la pistola ed aveva alzato le mani. 


Non credo che il poliziotto che ha sparato ad Adam Toledo lo abbia fatto per cattiveria, anzi, sono convinto che ci sia una grande paura dietro un gesto del genere, un gesto che segnerà comunque, se ha una coscienza (cosa probabile) l’agente per il resto della sua vita. Ma, e ribadisco, l’assurda e capillare circolazione di armi nel Paese è una delle cause principali dei morti ammazzati che si accatastano giornalmente negli USA. Basti pensare che in questo 2020, gli States hanno visto un aumento del 30% degli omicidi: nella sola città di New York i delitti sono aumentati del 45%. E Chicago, la città dove è stato ucciso il giovanissimo Adam Toledo ha visto schizzare “l’ammazzometro” a un +55%. In città meno tentacolari come Milwaukee, le statistiche arrivano a certificare un assurdo 95% di aumento.

Ma l’assurdo è che già nel 2019, l’anno pre-covid, era stato l’anno più sanguinoso per quanto riguarda gli omicidi di massa, con 211 vittime. E questo paese martoriato che sono gli Stati Uniti, che escono da quattro anni di odio targati Donald Trump, sembra oggi trovare requie con questa sentenza e con le parole di Joe Biden, che ha definito il razzismo sistemico “il peccato originale” degli USA.

Paul Krugman, nobel per l’economia ha scritto sul New York Times che l’antagonismo razziale è ciò che ha reso possibile l’elezione di Trump: un uomo inadeguato alla carica, ma ottimo come odiatore seriale, e il suo costante richiamo al pregiudizio ha continuato a creare consenso nella sua base elettorale più devota.

Ora, con la presidenza di Joe Biden e Kamala Harris e con questa sentenza, è davvero ora che gli USA voltino pagina. Perché trovare la pace dentro se stessi, forse, può far sì che anche verso l’esterno l’anima degli statunitensi abbia un altro sguardo. Forse è solo un’illusione ingenua, ma come Greta Thunberg ha cambiato la nostra percezione sul clima avviando definitivamente il green deal, forse un morto nero, George Floyd, sarà colui che inizierà una rivoluzione razziale e culturale.

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