Un’elezione che vale un Perù

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Il 6 giugno il Perù affronterà una delle elezioni più divisive della sua storia. In vista di uno scenario che vedrà sfidarsi candidati del tutto opposti, la nazione andina attende risposta a una serie di problemi esacerbati dagli avvenimenti dell’ultimo biennio.

Tra i 18 candidati iniziali (solo sei dei quali considerati “competitivi” dalla stampa) ne sono emersi due: Da un lato Keiko Fujimori, fascio-neoliberale figlia ed erede del dittatore Alberto Fujimori. Dall’altro Pedro Castillo, Marxista-leninista apertamente antiamericano.

Un perfetto esempio del caos politico che si può osservare in Perù è dato dal numero di candidati iniziali, dovuto al fatto che alla nazione manca una struttura partitica adeguatamente sviluppata. Questo non solo ha portato numerosi candidati a correre come indipendenti o in seno a partiti nuovi e minoritari, ma ha anche prodotto un importante numero di “indecisi” confusi da nomi e iconografie di partito poco chiare. Il voto al primo turno è stato per questo molto diviso, con Castillo che ha vinto con il 18% e Fujimori che segue con il 14%.

Il Perù si trova anche nel mezzo di una crisi relativa alla fiducia nei confronti di esecutivo, congresso e sistema giudiziario. Tutti e tre hanno rilevato notevoli cali nella fiducia pubblica, assieme a molti partiti, enti privati e stampa. Questa è solo un’altra ragione per il proliferare di nuovi mini-partiti in vista delle elezioni.

Un altro ruolo molto importante è giocato dalla pandemia di Covid-19. Oltre agli scandali prodotti da alcuni ufficiali governativi vaccinati con ampio anticipo a fronte di un processo di vaccinazione molto lento per la popolazione, la disuguaglianza economica è aumentata a ritmi vertiginosi (così come è successo in ogni altra economia neoliberale ma lasciamo perdere per ora) influenzando pesantemente il sentimento popolare e sicuramente portando acqua al mulino del marxista Castillo.

Ulteriore fattore che non contribuisce alla stabilità politica del paese è l’incorreggibile problema della corruzione, che tutt’ora impegna le corti del paese e coinvolge molti politici eletti. I peruviani sono relativamente uniti nel pensare che qualsiasi esso sia, serve un cambiamento rapido e totale a tutti i livelli dello stato. Non sorprende quindi il successo di Castillo, che si muove su una piattaforma molto radicale. 

Castillo è candidato per il partito “Perù Libre” ed è un soggetto difficile da analizzare. Da un lato, propone una dottrina geopolitica ed economica prettamente marxista, dicendo di volersi distaccare il più possibile dagli Stati Uniti per costruire un Perù più indipendente. Dal punto di vista economico, propone un’economia più pianificata e un’ondata di nazionalizzazioni volta a rendere il Perù più autarchico e meno dipendente dalle megacorporazioni multinazionale.

Nelle parole della stampa Peruviana, Castillo vuole trasformare lo stato da “vigilante e supervisore” a “interventista, pianificatore, innovatore, impresario e protettore”. Castillo ottiene la maggior parte del suo sostegno da campagne e zone rurali, probabilmente anche per via delle sue posizioni socialmente conservatrici sulla “teoria del gender” e i diritti delle persone LGBTQ. 

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