Uno stupido ammazzato a tredici anni

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Ho scritto ieri un articolo sull’ennesimo nero ucciso dalla polizia in Usa. Ha fatto pochissime visualizzazioni. Come un pezzo per la ricetta della pastiera napoletana. Anzi, probabilmente la pastiera ne faceva di più. Perché? Perché ci stiamo abituando gente, ed è sempre una vergogna e una sconfitta, in ogni caso.

Una vergogna, e mi ci metto per primo, quando cominciamo ad assuefarci, ad abituarci alla violenza, alla vessazione, alla rabbia e ne siamo anestetizzati. Eppure non possiamo sempre essere vigili, e in fondo cosa possiamo fare noi per un bambino palestinese o per un afroamericano ammazzati?

Niente di niente di niente. Indignarci, scrivere qualche parola di cordoglio e di rabbia. E poi continuare per la nostra strada. Non ci riguarda, non è roba nostra, non possiamo sobbarcarci tutti gli orrori del mondo.

Eppure quando vedo l’ennesimo morto ammazzato negli Stati Uniti, di tredici anni, con una gran pettinatura del cavolo, perché sembra uno di quei tagli a scodella che ci facevano le nonne, qualcosa si rompe dentro e il furore esce. E allora scrivo (vedi il video qui sotto).


Scrivo dell’ennesimo povero stronzo figlio di una società ammalata, che invece di occuparsi dei propri figli li ammazza come cani nei vicoli. Stronzo? Sì, perché se hai tredici anni, sei alto un metro e una coca e magro come un picchetto da tenda, non dovresti fare il figo col felpone e girare armato. E non me ne fotte niente se sei cresciuto in un quartiere degradato e lo fanno anche i tuoi amici.

Sono incazzato perché non dovevi morire così, con le braccia alzate e una paura fottuta da cagarti addosso. E mi arrabbio perché scrivo le parolacce e non riesco a tenerle dentro quando mi incazzo sul serio e non va bene, non è professionale.

No, non dovevi morire in ‘sto modo indegno, perché potevi essere mio figlio, mio cugino, mio fratello. E so che occhi avevi in quel momento, lo so benissimo: sbarrati, strabuzzati e magari ti veniva anche da piangere e avevi il fiato corto per la corsa. Perché io a tredici anni mi sarei sentito così. Merda quanto corre in fretta quello sbirro. E te la facevi sotto perché un grande ti puntava la pistola mentre tu la tua l’avevi buttata dietro lo steccato perché avevi paura di sparare, perché giocavi a fare il grande ma eri solo un piccolo pischello che doveva pensare alle ragazzine e giocare con gli amici. Ma tu no. Sei morto in un vicolo perché un poliziotto nervoso e spaventato anche lui (anche se è grande e grosso), non è riuscito a pensare e ti ha freddato, perché nel dubbio meglio morto tu, fratellino, di lui.

E tu eri di Chicago, Adam Toledo, e un giorno mi dirai perché avete tutti questi nomi strani: Daunt Wright, Elijah McClain, Adam Toledo…sembrate personaggi dei fumetti, cazzo. E tra un po’ fate concorrenza a Facebook per quanti siete, fratellino. Personaggi di un libro dei morti, coi vostri sorrisi da ragazzini cresciuti troppo in fretta, coi brufoli e tutto. E penso che avete avuto anche voi i momenti magari rari, con le mani sporche di farina mentre facevate i biscotti con la mamma e i vostri gomiti si sfioravano e ridacchiavate perché era un momento proprio bello e felice. Poi la strada chiede il suo pedaggio a noi pendolari della vita. E per voi è un pedaggio tanto più caro e, a volte, quello definitivo.

Adam Toledo, anni tredici, con uno stupido taglio di capelli è stato ucciso a fine marzo. Un agente gli ha sparato mentre aveva le mani alzate. L’inseguimento, le grida: “Fermati! Gettala!” riferito alla pistola. Le mani alzate e il colpo. Poi le ultime immagini della bodycam del poliziotto con Toledo rantolante a terra.

Questo è l’epitaffio di Adam l’ispanico, uno che nelle statistiche degli uccisi in sparatorie ha l’onore di venire dopo gli afroamericani. Adam che magari faceva le fajitas con sua mamma ridendo, salendo in piedi su una cassetta per arrivare al piano cucina quando era piccolo. Poi è cresciuto, è diventato adulto a tredici anni e poi è morto. 

Il sangue di Adam scivola, si coagula e raccoglie la sporcizia di quel vicolo americano, cosi uguale a tanti altri, con gli steccati, i lampioni e i retro dei drugstore. Con le luci ghiacciate dei lampioni e la notte a fare da cornice. Sembra un quadro dei dannati della terra di Dorotea Lange, la fotografa della depressione.

E niente, non riesco a fregarmene di Adam perché potrebbe sempre e ancora essere mio figlio. 

E ora che le parolacce e la rabbia sono uscite mi rimane la malinconia. Penso all’America dei grandi spazi, vedo i flashback dei disordini, delle risse con la polizia, di una rabbia sanguinaria e senza fine e sono un po’ stanchino, come diceva Forrest Gump. Un po’ stanchino per Adam, ma anche per i bambini palestinesi cresciuti tirando sassate alle camionette israeliane e per i bambini soldato di Boko Haram rubati alle famiglie in Nigeria. 

Ma poi mi passerà e ricomincerò a scrivere, perché è quello che so fare, per coinvolgere le persone e non farle sentire vergognose, perché c’è sempre qualcuno che prima o poi riesce ancora ad arrabbiarsi, di quella rabbia sana e non perversa. Quella rabbia bianca e trasparente come un diamante.

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