40 anni in Svizzera e fuori dai piedi

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Una persona che vive da noi da 40 anni, che qui ha affetti, figli e amici, dovrebbe avere il diritto di rimanere. Lo dice la logica, lo dice il cuore, lo dice il senso comune.

Poi c’è la burocrazia, quella burocrazia fredda del profitto e dell’utilitarismo, per cui alle persone non è concessa la sfortuna, la perdita del lavoro, la malattia. Se sei improduttivo te ne devi andare, fai le valigie, ci carichi i tuoi quattro stracci e addio.

Sono storie che fanno anche un po’ arrabbiare noi poveri scemi, che con queste leggi ci scontriamo. Parlo di questo in riferimento a una donna congolese, che da 39 anni vive e lavora a Zurigo. Qui ha cresciuto tre figli ed è ormai parte del tessuto sociale della vivace città sulla Limmat. La donna ha dovuto occuparsi della figlia piccola, malata di una malattia polmonare. Per fare questo ha dovuto lasciare il lavoro e fare ricorso all’assistenza. 

E assistenza è la parola magica che fa scattare la tagliola. Poco importa se sei qui da 40 anni, poco importa se hai lavorato per la maggior parte del tempo. Se non produci sei inutile, non sei dei nostri e allora fuori dai piedi.

Casi di questo tipo continuano a succedere. Anche da noi ci sono stati quelli famosi, come quello di Arlind o Bewar, minori integrati, con un lavoro ma “stranieri” e allora, appena giunta la maggiore età, di nuovo: fuori dai piedi (leggi qui).


O come quello di una famiglia eritrea un paio di anni fa, la bimba malata di epilessia. La famiglia prelevata dalla polizia alle 5 di mattina. Allora scrivevo:

“Una famiglia eritrea, la bambina epilettica e con un ritardo mentale. Una disperazione nella disperazione, perché i bimbi mica te li scegli, arrivano e li ami come e più di te stesso, e quelli più fragili e meno fortunati, finisci per amarli un pizzico in più.

Possiamo immaginare ansia e angoscia? Un po’ si. Un po’ possiamo capire, noi empatici, la solitudine, la depressione, la voglia di lottare per i figli e la resa. Pensi magari che per te va anche bene, sei forte, ma i tuoi bambini no, e soprattutto quella piccola con qualche rotellina che se n’è rotolata in giro per i prati e quel male feroce che la costringe in convulsioni.” (leggi qui sotto)

O ancora la storia di Mark, ragazzo Ucraino del Dombass, che frequentava lo CSIA e per cui i compagni (come peraltro per Arlind e Bewar) avevano indetto una raccolta firme e fatto pressioni (inutili) per poterlo tenere con loro. (leggi qui sotto)

La donna del Congo, madre di tre figli, con 39 anni di vita nel nostro paese, è solo l’ultimo manifesto di una politica che tratta le persone peggio che numeri, in una sfilza di giustificazioni legali che nascondono una sola cosa, la vergognosa ipocrisia di non voler discutere caso per caso, perché questi casi sono esseri umani.

Noi ce ne laviamo le mani e le coscienze, perché dopo qualche giorno non ce ne ricordiamo più, e poco ci importa se Bewar, curdo iracheno laggiù non ha più nulla, se questa donna del Congo in Africa non conosce quasi più nessuno. 

Vivere qui ti fa assorbire i pensieri, i modi di fare, le abitudini e le attitudini. Tornare a casa, e lo sanno benissimo gli immigrati di vecchia data, non è sempre facile, nemmeno quando lo fai volontariamente e in una terra che ti accoglie. Quando si torna, (sempre che si possa tornare) si è pesci fuor d’acqua, non si è ne carne ne pesce. Spesso la solitudine, l’astio, la persecuzione, sono parte integrante del ritorno.

E il rosario di espulsioni, di storie dolorose, di sofferenza continua. Ogni pallina sgranata fra le mani è un individuo, ogni preghiera un’anima che parte. E noi , impotenti e arrabbiati, vediamo sparire amici, conoscenti, colleghi, per colpa di leggi e burocrazia che in fondo abbiamo creato noi stessi col nostro sistema democratico. Che paradosso gente…

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