Addio Franco, genio addio

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Aveva 76 anni ed era malato da tempo. Francesco Battiato, detto Franco, è morto questa mattina a Milo, nella sua Sicilia. “Le sento più vicine le sacre sinfonie del tempo/ Con una idea: che siamo esseri immortali/ Caduti nelle tenebre, destinati a errare/ Nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione”, ha scritto sul suo profilo Instagram Vasco Rossi. Sono i versi che Vasco ha scelto per ricordare il “Maestro Franco Battiato”. Il cantautore che, più di tutti, nel corso della sua lunga lunghissima carriera, ha saputo spaziare andando dal pop alla musica colta, passando però anche per il rock progressivo e la sperimentazione musicale. Regalandoci, tra l’altro, alcune perle come “La cura” e “Centro di gravità permanente”.

Che Battiato sia stato un genio della musica non lo dico io. In queste ore lo ripetono in coro gli addetti ai lavori. E l’ha detto, in tempi non sospetti, un gigante del calibro di Frank Zappa. Ad averlo raccontato in più di un’occasione è stato lo stesso Battiato che, durante un tour europeo del 1972, lo volle conoscere. Frank ascoltando il suo disco d’esordio intitolato “Fetus” – album che si apre proprio con i vagiti di un neonato – rimase a tal punto impressionato da esclamare “That’s genius!”, regalandogli poi come portafortuna un paio di scarpe argentate con le ali. Frank Zappa colse immediatamente la bontà di quel primo vagito discografico a cavallo tra la kosmische muzik tedesca e il progressive italiano. Dopo “Fetus” ci furono prima “Pollution” e poi “sulle Corde di Aries”, quest’ultimo forse l’album più maturo della fase sperimentale. Di sicuro un piccolo capolavoro.   

La prima volta che ho visto Battiato era alla fine degli anni Ottanta. A Bellinzona. Ma non in concerto. All’epoca io ero in seconda liceo. Con alcuni compagni di classe un pomeriggio eravamo finiti dalle parti dell’Espocentro. Avevamo provato ad entrare per assistere alle prove della Tombola radiotelevisiva, storico programma dell’allora RTSI. Provato sì, ma senza successo. Solo all’arrivo di Battiato e, vista la sua insistenza, il securitas all’ingresso s’ammorbidì. Così entrammo grazie a lui. “Loro sono con me, entrano con me”, disse un paio di volte all’energumeno. Ricordo anche che fui il primo a vederlo arrivare e tra l’emozionato e l’incredulo esclamai “Ma quello è Battisti!”, diventando così in un nanosecondo lo zimbello del gruppo.

Eppure lo sapevo bene chi era quello. Conservo ancora oggi l’autografo e la magia di quell’incontro con quel quasi Battisti. Ricordo che Enrico Ruggeri, pure lui uno degli ospiti, ci chiese di vedere l’autografo del collega. Commentò dicendo che sembrava scritto in arabo. Del resto oltre ad averlo studiato tra le interpretazioni di Battiato ce n’è una da brividi, proprio in arabo, di “L’ombra della luce” eseguita in concerto a Bagdad. Sì, perché nel suo girovagare a cavallo della musica Battiato si è addentrato, è sconfinato nel corso della sua brillante carriera in territori che davvero non ti aspetteresti mai. Te lo ritrovi perfino nel film di Alfonso Cuarón “I figli degli uomini” in cui canta Ruby Tuesday senza vergognarsi del proprio accento che non è certo quello di un lord inglese. Eppure funziona. Riesce a lasciare il segno. Nel film Michael Caine decide di congedarsi dalla vita proprio sulle note della sua versione della canzone dei Rolling Stones.

E allora, a proposito della fine e dell’inglese, di quei suoi testi a volte quasi inaccessibili, come dimenticare che “Più diventa tutto inutile/ E più credi che sia vero/ E il giorno della fine/ Non ti servirà l’inglese”. Impossibile non ricordarli ora questi suoi versi. E poi come non provare una stretta al cuore di fronte a parole che, altre volte, si fanno disarmanti e semplici come in “La cura”: “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie/ Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via/ Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo/ Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai/ Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore/ Dalle ossessioni delle tue manie/ Supererò le correnti gravitazionali/ Lo spazio e la luce per non farti invecchiare/ E guarirai da tutte le malattie/ Perché sei un essere speciale/ Ed io, avrò cura di te”. Addio Franco, genio addio. Abbi cura di te. Noi avremo cura della tua musica. Grazie per avercene fatto dono. E ancora grazie, almeno da parte mia, per quella volta là. Per quella tombola all’Espocentro.   

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