“Brozzoni autogestiti finalmente sloggiati!”

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Ricordate gli israeliani quando radevano al suolo le abitazioni dei palestinesi per rappresaglia? Senza voler lavorare di iperbole, sabato a Lugano si è assistito a una cosa del genere. Un agire che ha lasciato esterrefatti molti, e non solo a sinistra. Perché quello che è successo è stata, non solo una prepotenza, ma un atto deliberato di vigliaccheria istituzionale.

Sentire le giustificazioni di Borradori, evidentemente in difficoltà, e della capo dicastero Sicurezza Karin Valenzano Rossi (che già ci fa rimpiangere Bertini), suonano di falso come una moneta di rame. In queste ore abbiamo sentito di tutto e di più, Una cosa però è ovvia anche ai meno svegli: se facessimo il paragone con un omicidio, ci sarebbe la premeditazione. Non si organizza una demolizione in due ore. Punto.

Non parliamo poi di un sindaco che poche ora prima, ai microfoni della RSI, parlava di apertura e possibilità di dialogo.

E usare la scusa della manifestazione sfociata nell’illegalità è una tesi talmente debole da rasentare la vergogna. A questo punto sarebbe bastata una multa a uno degli autogestiti perché in auto non aveva allacciato le cinture. La terribile degenerazione illegale, sarebbe stata l’occupazione (anch’essa pacifica) dello stabile ex Vanoni, un atto poco più che dimostrativo e che non aveva nessuna velleità violenta. L’inganno ormai era consumato. Sono stati ingenui gli autogestiti? Certo e per fortuna, quel tipo di pensiero infido e bizantino che ha portato alla demolizione è purtroppo appannaggio solo di una certa politica.

Sono state violente e tristi invece le immagini delle ruspe che, inconsapevoli macchinari distruttivi, radevano al suolo vent’anni di autogestione. Chi li chiama brozzoni e drogati, come il municipale luganese Lorenzo Quadri, non solo non merita considerazione, ma dimostra di non aver mai messo piede al Macello, dove una realtà vivace, costruttiva e sociale ha avuto luogo per anni. Chiamarli brozzoni è l’equivalente del disprezzo militare per il nemico, che va schiacciato e annichilito oltre che vilipeso. Potremmo parlarne per ore, ma forse è meglio dare voce ad attori e spettatori di questa tragedia greca. Parole che raccontano forse di più, che tante elucubrazioni di noi osservatori. Iniziamo col titolo trionfante del Mattino della Domenica:

“Finalmente è sgombero!

Ex Macello di Lugano: Era Ora! La polizia ha sloggiato i brozzoni autogestiti”

Francesco Mariotta, presente alla manifestazione con la figlia, usa parole gentili, intelligenti e di speranza per descrivere i fatti. Speriamo che abbia ragione:

“Ieri ho portato mia figlia alla manifestazione per l’autogestione. Ero ben cosciente che i proclami al megafono non avrebbero fatto breccia nel suo piccolo cuore e allora ci siamo dedicati al ballo. E abbiamo giocato a prenderci, percorrendo chilometri avanti e indietro per il corteo. È stato bellissimo. Poi, con le antenne tipiche dei padri irresponsabili che portano i figli dove non si dovrebbe, ho sentito il bisogno urgente di salutare e andare via. Pochi minuti dopo, le ruspe e gli assedi. E ho pensato che la vita è così: un giro di danza e poi arriva la ruspa.

Ma la ruspa non lo sa, non glielo ha spiegato nessuno, che sulle macerie un giorno balleranno i fiori, fioriranno le danze.

Ruspa, rassegnati: non sei il punto finale. Sei solo una piccola, triste virgola.”

Cristina Zanini Barzaghi, municipale socialista di Lugano, rilascia un comunicato che sa di amarezza e delusione, in cui traspare la rabbia per delle istituzioni che invece di lavorare coralmente, giocano di prepotenza:

“…Non ho mai condiviso la decisione di sgombero dell’autogestione all’ex Macello, né prima, né ieri sera quando sono stata interpellata d’urgenza per telefono. 

Mi sono adoperata ripetutamente per salvaguardare tutti gli edifici del comparto ex Macello, anche quelli occupati dall’autogestione. Invano ho chiesto il coinvolgimento dei servizi tecnici comunali del dicastero immobili. Non ho mai condiviso nemmeno la decisione di demolire una parte degli edifici, come ingiustamente affermato da alcuni. I servizi del dicastero immobili e la sottoscritta capodicastero erano completamente all’oscuro delle modalità dell’operazione di polizia: la decisione è stata presa di fretta nella notte senza consultazione di tutto il Municipio.

Mi dissocio da questo operato superficiale e confido che si possa trovare pacificamente e con dialogo una via d’uscita, costruendo un nuovo progetto di autogestione e lasciando alle spalle la nefasta demolizione di muri pieni di emozioni.”

Manuele Bertoli, presidente del Consiglio di Stato, mantiene toni calmi ma traspare la perplessità del governo in seguito ai fatti di sabato:

“Sono rimasto sorpreso da quanto successo, non tanto dall’intervento allo stabile Vanoni, ma da quello all’ex Macello che non sembrava nell’ordine delle cose e dalla susseguente parziale demolizione, di cui non si è mai parlato. È il Municipio di Lugano che ha ordinato lo sgombero, dopo lo sfratto intimato secondo le procedure scelte. Noi lo avevamo reso attento della possibilità di creare una situazione nella quale per mesi o anni si potrebbe giocare al gatto e al topo, tra occupazioni e sgomberi. Vedremo come andranno le cose da qui in avanti, la storia ci dirà”.

Danilo Forini, vice presidente PS Bellinzona, scrive un sentito testo di cui riportiamo solo una parte per motivi di spazio, a dimostrazione che l’autogestione è un concetto che travalica i confini regionali e che ci riguarda tutti:

“…Degli “autogestiti” mi aspetto che sbaglino qualche mossa, ma lo Stato non può seminare bugie, ripicche infantili “abbiamo un’altro posto per voi (!?), ma adesso non ve lo diciamo più” e soprattutto messaggi di violenza estrema, come le ruspe in azione di notte.

Berna, Zurigo, Ginevra, … ancora una volta il Ticino e in questo caso Lugano hanno dimostrato di non essere all’altezza di chiamarsi città.

Soprattutto di non saper concepire il dialogo con una cultura “diversa” dai soliti canoni maggioritari.”

Gli fa eco la pagina ufficiale del PS di Bellinzona, in cui trapela tutta l’amarezza per una scelta definitiva e priva di dialogo:

“Si può essere d’accordo con l’autogestione o no, ma a demolizione dell’ex macello di Lugano chiude un periodo storico, quello di un confronto a volte duro, ma fino ad ora accettabile tra comune e autogestione.

Il vile atto di sabato, perché di vile si tratta, ha sancito un’incapacità di dialogo che è sempre una sconfitta, soprattutto per un’autorità. 

Le scusanti patetiche e inaccettabili della municipalità di Lugano (con il chiaro dissociarsi della municipale socialista Cristina Zanini Barzaghi che non era nemmeno stata informata) sono un ulteriore schiaffo alla democrazia. Parlare di dialogo dopo aver raso al suolo la casa di qualcuno sa di beffa e di disprezzo.”

È Martino Rossi, del PS di Lugano, a mettere sotto la lente un paradosso: il Municipio invoca l’illegalità come motivazione della demolizione, ma poi esercita il suo potere altrettanto illegalmente:

“Un finale che né l’autogestione, né la Città meritavano…

E a proposito di legalità, mettiamola sul paradossale: il Municipio aveva inoltrato (a se stesso) e accolto il permesso di demolizione in un comparto che è edificio storico protetto come l’ex-Macello?”

E terminiamo con le in fondo ragionate e gentili parole di Alessio Arigoni di Rete 3, in cui traspare certo la delusione, ma anche la speranza: 

“Quello che non capisce mai il “potere” è che non è con la cancellazione fisica del luogo che un’idea scompare (puerile). Tanto meno quella di uno spazio autogestito, piaccia o non piaccia. L’idea è nell’aria, impalpabile, ribelle, urgente e impossibile da imprigionare. È nel DNA umano. Salterà fuori di nuovo prima o poi. È sempre stato così. Per fortuna.

Andrebbe fatta però anche una discussione sul tipo di esperienza socioculturale che si vuole. Un po’ di autocritica ci sta. Secondo me.”

Ci vuole molta aurtocritica, ma l’autocritica è appannaggio delle persone che si mettono in discussione, non degli infingardi e prepotenti. Borradori ha deluso proprio perché, nonostante tutto, ha dimostrato una faccia che lascia basiti e disillusi. Chi credeva davvero nella capacità di dialogo del Municipio luganese, deve ricredersi, deve rendersi conto che il liberismo che ha sempre permeato le correnti delle grandi famiglie cittadine, si concentra in questo manipolo liberal-leghista. D’altronde è Lugano a votare i suoi rappresentanti e questa è la democrazia. O almeno lo credevamo fino a sabato pomeriggio. 

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