Con la testa in fiamme

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In questi giorni sono prepotentemente tornati alla ribalta gli inquietanti video del parrucchiere pakistano che di nome fa Alì Abbas , evocando un filino Alì Babà non tanto per i quaranta ladroni quanto per i quaranta ( o saranno di più) insoliti pazzoidi metodi utilizzati per scolpire acconciature femminili e maschili.

Il suo piccolo negozio di Lahore è perennemente gremito grazie alle voci che corrono sul filo di peli trattati alla maniera di una artistica incruenta mattanza: Alì , escluso rigorosamente il lunedì, regola le capigliature degli intrepidi clienti utilizzando la fiamma ossidrica, mannaie di varie dimensioni, graziose e affilatissime accette, coltellacci da macellaio e rasoi da corpo a corpo gladiatorio. (guarda il video)

I filmati che circolano sono alla Dario Argento e l’osservazione comporta  brividi che solamente un balzano ed eccentrico criminale seriale di zazzere potrebbe regalare a chi osserva, con un diavolo per capello, un pò allibito e un pò stranito, un pò atterrito e un pò sgomento.

Le sequenze sono da ricorso alla minzione mentre illustrano interventi alle ciocche della nuca, regolate con una accetta che picchietta su un tagliere da cucina  dove le teste dei frequentatori incoscienti vengono delicatamente appoggiate, quasi fossero insaccati da affettare come si deve per la preparazione di uno spuntino. 

E poi il terrore lievita davanti alla sistematina delle doppie punte, sgominate con due o tre incursioni di fiamma ossidrica e la suggestione si traduce in glaciale paura davanti al disinvolto e alacre potare di una frangia o di un’indifesa basetta con una sorta di ascia dissotterrata chissà dove, per dichiarare guerra allo smozzicare dei ciuffi e al mozzare del crine in eccesso.

Il culmine della tremarella si concentra poi nella frastagliatura di un cernecchio arruffato che ricade dalle tempie sugli orecchi di un martire dalla apparente giovanissima età: il  “barbiere Checipiglia” armeggia con una sorta di un oggetto non ben identificato, un minaccioso aggeggio da boia matricolato, un ordigno in dotazione allo strampalato coiffeur che meriterebbe l’ergastolo e che invece conquista quotidianamente gloria e ammirazione con un rasoio simile a una bipenne, arma rituale per sacrifici religiosi.

Eppure non ci scappa mai il morto e nel  negozio c’è chi attende sfogliando una rivista e c’è chi chiacchiera del più e del meno, mentre Alì accerchia il pelame con miracolosa accortezza e con prodigiosa oculatezza che parrebbe sconsideratezza. 

Nel salone si ode il tip tap di un martello che pigia su un tagliente scalpello usato per definire un vaporoso volume finale, il classico tocco della staffa d’autore.

Al barbiere pakistano non difetta certo l’ironia: in un cranio di pecora finisce un rivoletto di mance , immancabilmente seguite da un “ci vediamo” assolutamente convinto.

Resta un ultimo mistero: Non è che la lacca venga amorevolmente irrorata sul cranio bistrattato con un potentissimo lanciafiamme, giusto per regalare una definitiva emozione agli affezionati habitué?

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