Condannati per mancanza di coraggio

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Alcuni di voi si ricorderanno il triste e increscioso fatto che era costato la vita a un piccolo feto, abortito dalla madre, siriana, perché le guardie di confine franco-svizzere non avevano chiamato un’ambulanza.

In questi giorni, la giustizia militare, a cui sono sottoposte le guardie di confine, ha condannato tre agenti per il fatto. Secondo il giudice, nonostante il parere del superiore, un sergente, avrebbero dovuto avere il coraggio civile di soccorrere la donna in chiaro stato di sofferenza. 

È un raro caso in cui la condanna sancisce un principio etico e sacrosanto, la salute e la vita delle persone, hanno la priorità di fronte a degli ordini sbagliati. Una cosa non da poco.

Nel 2017, era già stato condannato il sergente.

Con Gas avevamo seguito la vicenda, proprio perché era evidente il palese abuso di potere che aveva portato al tragico epilogo. Scrivevamo allora, all’inizio del processo:

“…Era il 4 luglio del 2014 quando la ragazza al settimo mese di gravidanza, insieme ad altri 35 rifugiati siriani, venne bloccata al confine con la Francia e affidata alle autorità svizzere per il successivo rinvio in Italia. A quel punto, sarà che i viaggi della speranza spesso sono figli della disperazione e il più delle volte vanno miseramente a vuoto, sarà che è luglio e il caldo non dà tregua, fatto sta che durante l’attesa nei locali di controllo delle guardie di confine di Briga, Suha inizia ad accusare forti dolori al ventre. E trovandoci di fronte a una donna incinta, a rigor di logica, lecito sarebbe stato pensare che potessero essere doglie preparto. E invece no. In quel frangente la preoccupazione è un’altra. Riconsegnarli tutti alle autorità italiane il prima possibile. Perché qui comando io e questa è casa mia. Questo era questo il ritornello che in quel momento aveva in testa il custode delle tenebre accusato adesso di omicidio e che rischia fino a sette anni di carcere.” (leggi qui sotto)

Il processo, come dicevamo, condannava il sergente. I giudici motivarono così la sentenza:

“Per i giudici militari, egli ha consapevolmente messo in conto la possibilità che la donna abortisse, e ciò nonostante, ha coscientemente e deliberatamente deciso di non chiamare alcun soccorso, per non ritardare le operazioni di rinvio in Italia della coppia. L’arroganza della guardia di confine, che aveva perfino dato la colpa al marito di essersi messo in viaggio con una donna incinta, non rimane dunque impunita.” Leggi qui sotto)

Oggi a concludere questa storia triste, c’è questo principio in fondo bello, che riscopre il valore della vita umana e bacchetta dei servitori dello stato, che avevano perso il senso dell’umana pietas, asserviti a un imperativo più arido e minimale, quello di trattare tutti i rifugiati come pacchetti da consegnare il più presto possibile in mani altrui. Dunque, gli agenti avrebbero dovuto disobbedire al sergente, avere quel coraggio civile, come dice la sentenza, per evitare una morte inutile e un dolore grande.

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