Dopo il Caffè, l’amaro del Corriere

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Il Padre, il figliolo e lo spirito deontologico di ogni buon giornalista del Corriere “esprimono il proprio rammarico”. Sì, ne hanno ben donde. Perché le critiche fioccate da più parti e in particolare dai soliti noti, a loro dire, sono state francamente “ingenerose”. Del resto la tirchiaggine della carta stampata nostrana in fatto di complimenti è nota. Eppoi, diciamocelo, ma quanto è bello leggere di una polemica tutta nostrana, tutta cantonticinese, in cui i pochi giornali ormai rimasti si fanno le pulci? Chi l’avrebbe mai immaginato che una roba del genere potesse accadere qui da noi, in un triangolo di terra grande quanto un francobollo?

In realtà non credo che interessi a molti sapere quanto il Corriere del Ticino ci sia rimasto male e se la sia presa di fronte ai dubbi più che legittimi sollevati dalla chiusura de Il Caffè e dalla nascita del nuovo settimanale la Domenica. Eppure, con una “Comunicazione dell’editore”, due giorni fa, in prima pagina, il proprio disappunto lo si è voluto rendere pubblico, mettendolo nero su bianco: “La Società editrice del Corriere del Ticino, unitamente al proprio Consiglio d’amministrazione e relativo Consiglio di fondazione esprime il proprio rammarico per la presa di posizione da parte dei sindacati e per i commenti sui media dell’emittente RSI”.

Brutti cattivi. In sintesi è stata questa la reazione acida e stizzita del Corrierone e del suo editore che “nella persona del proprio presidente avvocato Fabio Soldati, ritiene che la continuità del prodotto domenicale sia la testimonianza di una ferma volontà di garantire un’informazione indipendente, di qualità è il più possibile completa attraverso i media cartacei, web e radio televisivi che permettono oggi l’impiego di quasi 300 dipendenti.” Insomma, potremmo quasi dire dei benefattori che della buona informazione, della correttezza e dell’imparzialità, hanno fatto la propria missione. Loro. E che come capita per i primi della classe si sono tirati addosso le invidie di chi invece vorrebbe ma non può.

Questa però è solo una versione dei fatti. Infatti ci vien da pensare che le critiche, ma soprattutto i timori espressi di fronte all’ennesimo giornale cartaceo che scompare, che cambia pelle e sarà presto pure lui diretto dal solito Paride Pelli, erano e sono più che leciti. Proprio perché il giornalismo del Bel Ticino è ormai agonizzante, ben lontano dal pluralismo di voci di un tempo e il volume delle pagine, dei fogli di carta va vieppiù assottigliandosi, che cercare di capire, provare a ipotizzare cosa ne sarà dell’unico domenicale della Svizzera italiana non è voler fare la Cassandra, ma esprimersi su di una questione cruciale. Ancor di più se – come tutti noi sappiamo bene – i mezzi d’informazione sono l’elisir di lunga vita della democrazia.

L’informazione non può essere certo il vezzo, o il capriccio di quei pochi che, oltre allo yacht, possono permettersi anche un giornale. E non è con operazioni fumose e comunicati dell’editore in cui ci si guarda bene dall’affrontare o dall’entrare nel merito delle criticità sollevate da più parti che si fa chiarezza e si rasserenano gli animi. Così come non mi pare che la dialettica contempli la modalità muro contro muro. Fiducia e informazione vanno a braccetto.

Prendendo a prestito le parole dello storico antifascista Gaetano Salvemini, credo sia necessario, sia vitale tenere bene a mente che “noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità.” Ecco perché all’oracolo ho sempre preferito i giornali, plurale. 

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