È lontana la terza guerra mondiale? – prima parte

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Lo spauracchio di un terzo conflitto mondiale è parte del nostro vivere fin da subito dopo la fine del secondo. Già allora Churchill pianificò l’operazione “unthinkable” (“impensabile”), uno stratagemma per attaccare le armate sovietiche in Europa orientale usando bombe nucleari.

Da allora in poi, il terzo conflitto mondiale per eccellenza fu il temuto confronto armato tra le due superpotenze del periodo, Usa e Urss, rispettivamente a capo di NATO e Patto di Varsavia. Non accadde per ovvie ragioni, ma il complesso militare-industriale nato in quel periodo rimase. Così come rimase l’alleanza atlantica, col tempo trasformatasi in uno strumento che permette l’egemonia americana sul pianeta.

Il continuo martellare mediatico sullo scoppio di un possibile terzo conflitto su vasta scala ha uno scopo ben preciso: permettere al complesso militare-industriale di continuare a esistere e di conseguenza giustificare eserciti per cui spendiamo miliardi. Da decenni escono articoli che titolano “la terza guerra mondiale scoppierà entro 5 anni” o cose simili. Di recente però abbiamo visto un aumento di potenziali casus belli che la stampa ha freneticamente classificato come punti d’inizio della guerra. Crisi nel Donbass, l’assassinio del generale iraniano Soleimani, le tensioni sulla “diga del rinascimento” tra Egitto e Etiopia. Eppure, eccoci qui. Sebbene al mondo manchi ancora la pace, questa terza grande guerra sembra un orizzonte – più ci avviciniamo, più sembra allontanarsi. Ma perché?

Per spiegare quanto sia improbabile un conflitto, prenderemo in analisi due situazioni geopolitiche “calde”; la crisi nel Donbass di cui sopra e le tensioni nello stretto di Taiwan, ma soprattutto i comuni denominatori che hanno evitato (e presumibilmente continueranno a evitare) lo scoppio di aperte ostilità tra Paesi maggiori.

Per quanto riguarda l’Europa, la crisi scoppiata nell’Ucraina orientale ha per lungo tempo minacciato di peggiorare, soprattutto dopo il coinvolgimento di truppe russe al fianco dei ribelli contro il governo fascio-liberale di Kiev. Con l’arrivo di personale di supporto NATO per il governo Ucraino, in molti hanno segnalato la possibilità di ingaggio diretto tra truppe NATO e OTSC (alleanza militare guidata dalla Russia che coinvolge Bielorussia, Armenia e alcuni paesi dell’Asia centrale).

Le truppe russe sono tuttavia rimaste in una sorta di limbo tra ufficialità e operazioni sotto copertura, mentre la NATO poco ha fatto se non approvare la vendita di alcuni droni al governo ucraino.

Il conflitto non è scattato per diverse ragioni. Prima tra tutte, una semplice analisi pragmatica. Nonostante i battibecchi diplomatici, molte nazioni europee hanno relazioni mutualmente benefiche con la Russia. La Germania è un ottimo esempio, con la costruzione del gasdotto Nord Stream (Joe Biden ha minacciato sanzioni alla Germania se questo venisse completato). Se allo scoppio della seconda guerra i manifesti in Francia si chiedevano “perché morire per Danzica?”, oggi tutta Europa si pone una domanda altrettanto ragionevole, “perché morire per la Novorossiya?”.

In secondo luogo, abbiamo ragioni prettamente militari. Quando venne formata la NATO e venne stabilita la strategia generale dell’alleanza, si combatteva una guerra diversa. Ora, con un modo di combattere sempre più rapido e sempre più immune alle grandi distanze, poco impedirebbe alla Russia di occupare vaste aree di territorio prima che la NATO possa reagire in forze. L’esercito americano è virtualmente presente nella zona, ma è anche troppo diviso. Gli americani hanno truppe in Afghanistan, in Africa, e tutto intorno alla costa cinese. Di controcanto la Russia non ha altre distrazioni. Un conflitto tra le due potenze diventa quindi improbabile; alla Russia lo status quo va bene, e gli americani non sono in condizione di intervenire. Soprattutto se vi aggiungiamo quanto detto prima: una grande maggioranza dei Paesi europei non è così volonterosa di mettersi tra gli americani e i missili balistici russi.

La seconda parte qui

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