È lontana la terza guerra mondiale? – seconda parte

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Lo spauracchio di un terzo conflitto mondiale è parte del nostro vivere fin da subito dopo la fine del secondo. Già allora Churchill pianificò l’operazione “unthinkable” (“impensabile”), uno stratagemma per attaccare le armate sovietiche in Europa orientale usando bombe nucleari.

Quando si parla di Cina e Taiwan, il conflitto aperto tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti d’America pare ancora più improbabile. In gran parte per le stesse ragioni, nonostante le continue provocazioni navali americane. Di controcanto, le recenti penetrazioni dello spazio aereo taiwanese da parte dell’aeronautica cinese non fanno che provare come in fin dei conti non vi sia una reazione concreta da parte della NATO. 

Molte nazioni alleate agli americani nell’area intrattengono fruttuosi rapporti commerciali con la Cina, rapporti che non è saggio interrompere senza un valido motivo. L’Australia ha potuto scoprirlo direttamente, quando la Cina ha deciso di limitare alcuni import dall’ex colonia inglese per punirne l’insolenza. Il Giappone ha recentemente spinto per l’ammissione della Cina nel trattato di libero commercio asiatico, inizialmente stabilito precisamente in funzione anti-cinese. Questo è solo un esempio di come molti Paesi asiatici tecnicamente nella sfera di influenza americana stiano riconsiderando la loro posizione nel mondo. Il che ci porta a parlare di nuovo della fondamentale arretratezza della strategia generale NATO.

La strategia NATO per il contenimento della Cina è stata progettata quando il gigante asiatico era una nazione largamente agraria e priva di armamenti e industrie pesanti. Per chi non la conoscesse, a grandi linee si tratta di una “catena” che blocchi l’influenza cinese nel pacifico composta da isole sotto il controllo degli americani e alleati nella zona (Taiwan, Giappone, Corea del Sud…). Questa strategia ha rapidamente perso senso di esistere con gli avanzamenti recenti nella tecnologia bellica: l’esercito cinese sarebbe capacissimo di colpire le basi americane nella zona, e Paesi come Corea del Sud e Giappone non sono affatto elettrizzati dall’idea di vedere le proprie città atomizzate solo per essere bravi alleati. Le portaerei che per lungo tempo sono state il simbolo della supremazia navale americana si stanno rapidamente trasformando in bersagli grossi e statici per i missili anti-nave cinesi, tanto per fare un altro esempio puramente strategico. 

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, un conflitto nella zona finirebbe soltanto per cancellare l’influenza americana nel pacifico. Senza contare le pesanti ripercussioni economiche di un tale conflitto, che la Cina potrebbe resistere senza grossi problemi se paragonata a degli USA che sono già sull’orlo della bancarotta. Agli occhi degli americani, non vi sono molte ragioni per entrare in guerra in difesa di Taiwan.  

Tuttavia, non siamo al sicuro da una proliferazione di altri conflitti a bassa intensità. Nelle parole dell’ex primo ministro portoghese António Guterres, “stiamo osservando un rapido aumento di conflitti armati in aree destabilizzate, dove oltre a forze regolari combattono milizie politiche, etniche o religiose. Questi conflitti sono sempre più interconnessi, con militanti che portano esperienza e potenza di fuoco da un conflitto all’altro come nel caso dello stato islamico”. Sempre secondo Guterres, questa evoluzione nei conflitti a bassa intensità sta rendendo datata la concezione ONU delle operazioni di peacekeeping: “Molte di queste missioni come MINUSMA in Mali avvengono dove non c’è pace da mantenere. I locali spesso non comprendono il ruolo dei caschi blu e essi sono costretti a confrontarsi con milizie che hanno diversi livelli di influenza nelle comunità della zona”. 

Questa analisi suggerisce una potenziale estensione di questo tipo di conflitti, che tutt’ora minacciano la stabilità di molti paesi. Un altro fattore è la radicalizzazione di combattenti in Europa e Nordamerica, da dove in molti sono partiti per combattere in Donbass, Iraq e Syria, Sahel o Nordafrica. 

Per concludere, ritengo abbia poco senso preoccuparsi per un terzo conflitto mondiale. Le possibilità che accada sono basse, ma la pace nel mondo non è prossima. La prossima grande sfida internazionale sarà trovare un modo per contrastare lo svilupparsi di anarchie nel pianeta abbandonando il metodo “bombarda e lascia che il tempo scorra” tanto in voga negli ultimi decenni. Paesi come l’Iraq sono una triste testimonianza dei disastri che strategie militari e geopolitiche datate hanno causato al mondo. In futuro, non potremo più permetterci di mettere il dito al grilletto per lasciar riposare la mente. 

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