È morto? Aspetti il suo turno

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Nella Capitale italiana, comunque fino a data da destinarsi, vige una nuova e ferrea regola che non concede assolutamente, bara più bara meno, la possibilità di barare. Morire a Roma sta diventando “de facto” impossibile.

Le tumulazioni sono state sospese e mancano i posti per i nuovi arrivati: annullate le liste dei vari check-in con destinazione Eternità e per i parenti del caro estinto che scalpitano mestamente per la definitiva vidimazione della carta di imbarco, viene perfino contemplata la possibilità di una bella denuncia nel caso di insistenze o di contestazioni, alla faccia dei garofani che perdono via via il vigore della freschezza.

Il clamoroso paradosso dell’Urbe cresce, giorno dopo giorno, nella sua surreale dimensione, farcita di drammaticità con una punta di macabro sarcasmo: a Roma è vietato rigorosamente morire e che i recidivi da estrema unzione si mettano per lo meno una mano sulla coscienza, visto l’intasamento da tombe e da loculi, nel caos incontrollato di becchini sbandati, di beccamorti vaganti da una lapide all’altra e di agenzie funebri affossate nel morale e nel crollo dei profitti da salma.

A rappresentare degnamente l’assurdità e la stravaganza del clamoroso caso è l’azienda municipalizzata, che si identifica in una sigla che farebbe morire dal ridere, se si potesse morire davanti ad un “AMA”.

AMA ,pur non essendo nella circostanza amata, ha emesso un comunicato che un buon battutista definirebbe lapidario: “In accordo con Roma Capitale stiamo usando tutte le risorse al fine di assicurare il regolare svolgimento delle operazioni cimiteriali”.

Il problema resta nell’intasamento e nella incapacità di un decente smaltimento di cremazioni, tumulazioni, inumazioni ed esumazioni, tutte incagliate in accumuli di numeri da inquietanti depressioni. 

La nota di AMA imputa la proliferazione del problema all’epidemia in corso, esaltando “Il massimo sforzo per far fronte alla crescita dei decessi, ottemperando a tutte le norme per la sicurezza”.

Ma la nota assume connotazioni di notte buia quando si soppesa l’eclatante collasso di strategia della azienda municipalizzata, da tempi immemorabili animata dalla cultura delle inadempienze e dalla latitanza di dipendenti svogliati e indolenti, fortemente attratti dal fascino delle ore operosamente morte, giusto per stare nel tema.

La forza lavoro espressa quotidianamente risulta mostruosamente erosa dall’allegra consuetudine dell’assenteismo, delle malattie mimate con artistico estro, delle dubbie architetture di improbabili inabilità e dell’eccesso di inerte smart working in un demoralizzante quadro di pauroso disimpegno etico e civico.

I servizi cimiteriali si ritraducono in disservizi amatoriali incentivati dalla precarietà e dalla inadeguatezza dei forni crematori, dalla guizzante anarchia organizzativa ,da un coordinamento sbadigliante e arruffato, dalla scombussolata concertazione delle mansioni e delle competenze, da una sconvolgente supervisione ondivaga e totalmente irrispettosa dei protocolli da applicare e dalla lievitazione delle pastoie burocratiche.

Insomma, per dirla tutta: c’è chi spira soffrendo e c’è chi aspira agli scantonamenti gaudendo, c’è chi a fatica respira in un palpitar di ciglia e c’è chi vira sgattaiolando dietro le cappelle di famiglia, c’è chi rantolando i denti digrigna e c’è chi crogiolando gioioso se la svigna.

Un bel cartello appeso all’esterno degli uffici interni al cimitero di Prima Porta (che poi per chi tira le cuoia sarebbe Ultima) si avvisa che “la sepoltura è garantita soltanto alle bare che arrivano entro le 12 .”

Insomma, verrebbe da dire che qui l’unico morto è il buon senso.

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